Intervista: Mario Deaglio, "FMI e Banca Mondiale? Sono a fine corsa"

mariodeaglioProfessore ordinario di Economia Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino, Mario Deaglio affianca alla carriera accademica una parallela attività nel campo del giornalismo economico. E’ stato direttore de Il Sole 24 ore dal 1980 al 1983 e ha collaborato con varie testate tra cui The Economist, Panorama e Il Secolo XIX. Attualmente è editorialista economico del quotidiano La Stampa.

Professor Deaglio, quali possono essere a medio e lungo termine le conseguenze di questa crisi?

Intanto la crisi presenta diversi aspetti a seconda dell’ambito su cui concentriamo l’attenzione. A livello globale la situazione degli USA è abbastanza critica. Non ci sono uscite facili: si ha davanti sicuramente qualcosa che assomiglia a una recessione. Poi è difficile su questo dare dei termini esatti, ma, comunque la si voglia mettere, si tratta sicuramente di un momento di debolezza e instabilità dell’economia cui è probabile che segua qualche mutamento nella struttura dell’economia.

In che senso?

Mutamento della struttura significa qualcosa che ha che vedere con la dinamica di lungo termine, dinamica sin qui sempre caratterizzata da una grandissima duttilità ed elasticità, che in futuro potrebbe non più esserci.

Significa che il modello neoliberista propagandato da Friedman in poi è ormai superato?

Sì, è superato da un punto di vista tecnico nella sua parte squisitamente finanziaria. Il suo limite è stata una concezione dell’individuo che ha portato alla creazione di modelli di scelte razionali, tra l’altro molto belli e molto efficaci, ma che si basavano su premesse che si sono dimostrate insostenibili.

Possiamo dire che si è trattato di un’ideologia?
Sì, possiamo dire che alla base di questo ci sono degli elementi di ideologia, cioè elementi non dimostrati che vengono assunti come dati

Cosa pensa del Nobel per l’economia assegnato quest’anno a Paul Krugman?
Io penso che, dopo una serie di Nobel assegnati negli ultimi dieci anni largamente ad economisti finanziari, sarebbe stato imbarazzante se quest’anno avessero fatto la stessa cosa. Io non so quanto questo sia dovuto al caso, ma credo poco. E’ stato assegnato il Nobel a un feroce critico dell’attuale amministrazione USA. E’ stato l’unico a prevedere la crisi del ’97, si è sempre ritrovato in prima linea e ha avuto il coraggio di abbinare a un’attività scientifica un’attività pubblicistica.

Crede che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale abbiano qualcosa di obsoleto?
Non “qualcosa di”: sono arrivate alla fine della corsa. Potremmo anche pensare di chiamarle sempre con lo stesso nome, ma o saranno fondamentalmente diverse oppure è ora di chiuderle perché le premesse storiche, economiche e politiche che stavano dietro la loro formazione ora non ci sono più.

Quindi hanno fallito?
Sono arrivate alla fine della corsa, che è diverso. Hanno probabilmente avuto un ruolo cruciale: il FMI, finché c’è stata la stabilità dei cambi ha avuto un ruolo comunque importante in molte crisi monetarie. La Banca Mondiale, invece, è stata un esperimento con alti tassi di insuccesso, però anche con la capacità di trovare strade diverse. Quindi massimo rispetto per queste istituzioni, ma ora c’è bisogno qualcosa di nuovo.

Ha senso parlare della necessità di una nuova Bretton Woods?
Ha senso se faremo il contrario di quello che ha fatto Bretton Woods. Mi spiego: allora si è di fatto sancita la supremazia USA contro il parere degli inglesi. Ora è il momento di fare una riunione internazionale per decidere come si fa a gestire la transizione da questo predominio degli Stati Uniti a qualcosa di più bilanciato.

Sarà quindi necessario coinvolgere maggiormente paesi emergenti come Brasile, India e Cina?
Sicuramente si dovranno tirare dentro i cinesi, che sono il primo detentore di riserve monetarie mondiali. Dalle loro scelte dipende infatti una delle chiavi che tengono insieme il sistema. Credo che sarà necessario poi coinvolgere anche gli altri perché sono “fornitori/clienti”: svolgono un ruolo consistente nell’economia mondiale, con la prospettiva di diventare sempre più grandi.

Crede che la Cina risentirà della crisi?
Sicuramente ne risentirà perché, in prima battuta, diminuirà l’export verso gli USA e, in seconda battuta, il livello generale delle esportazioni crescerà meno o forse diminuirà. Esattamente di quanto non lo sappiamo perché negli ultimi 15 anni gli studi su come sono fatte le economie reali del mondo sono stati molto pochi; anche questa è una delle conseguenze del predominio dei mercatisti e, in genere, del filone neoliberista in economia. Quindi, in realtà, ci ritroviamo con un sistema che è molto cambiato (si pensi ai mutamenti indotti da internet) nel modo in cui si fa la produzione. E’ un’economia formata all’80% da prodotti invisibili, per cui, ad esempio, non c’è più lo stoccaggio che è un regolatore dei cicli. Fatto sta che non sappiamo oggi come avvengono queste reazioni.

Crede che l’Unione europea dovrà rivedere la sua politica monetaria?
Sì, penso che in questa situazione il patto di stabilità sia sicuramente non dico da accantonare, ma da allentare o da interpretare in maniera più flessibile. Sarebbe veramente ridicolo che ci impiccassimo con le nostre stesse mani.

Anche l’Unione europea è stata influenzata dalle tesi neoliberiste?
No, direi che in Europa la filosofia sia molto diversa. L’Europa rimane il posto in cui, di fatto, non si concepisce il mercato senza lo Stato. La cosa che è riuscita meglio all’UE è pur sempre quella dei telefoni cellulari, in cui siamo anni luce avanti rispetto all’America. In Europa la regolazione pubblica è molto importante e queste regolazioni tendono ad avvicinarsi tra i vari Paesi in modo da agire in maniera coordinata. Dall’estremità sud del Portogallo all’estremità nord della Finlandia abbiamo un sistema unico di telefonate, con tutta una serie di servizi annessi che rendono la cosa molto buona, mentre in America ne hanno quattro che non comunicano tra di loro. Lo stesso si può dire per le carte di credito. Qui da noi il mercato è sempre visto come qualcosa che sta sotto un’autorità di controllo.

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