Alluvione Genova, Franco Gabrielli si sfoga. Una domanda giornalistica: perché non si dimette?

Il Capo Dipartimento di Protezione Civile a Repubblica.it: «Lo Stato è impotente».

Alluvione Genova - Franco Gabrielli, capo dipartimento Protezione civile

L'alluvione di Genova si porta appresso una serie impressionante di corollari. Il primo corollario è che dopo il fallimento di prevenzione e previsione – un dato di fatto, testimoniato non solo dagli errori previsionali ma anche da una comunicazione d'emergenza gestita in maniera talmente superficiale che la Protezione civile di Genova ha chiuso il numero verde poco prima del caos. E la comunicazione di servizio è stata appannaggio di informazione locale, grazie all'ottimo lavoro di Primocanale – ora succede che si è tutti in allerta meteo 2, per non sbagliare.

Il secondo corollario è il prevedibile codazzo di polemiche, spesso fuori bersaglio, perché, insisto, la questione è politica.

Il terzo corollario è la lunga intervista-sfogatoio che Franco Gabrielli, capo del Dipartimento Nazionale di Protezione civile, ha rilasciato a Repubblica, lanciata dal sito del quotidiano con rimando al cartaceo per leggerla tutta, integralmente.

Nella parte che legge online, Gabrielli ne ha per tutti.

«Lo Stato è impotente. Nelle condizioni attuali, come s'è visto giovedì a Genova, non è in grado di tutelare le vite dei cittadini. E la Protezione civile è senza mezzi, è come se mi avessero mandato sul fronte con una scatola di aspirine per una guerra non voluta da me»

Comincia così, l'intervista. E ce n'è già per riflettere lungamente. Quel che viene dopo, non fa che confermare la sensazione:

«Una previsione meteo è stata sbagliata, ma da qui a crocifiggere chi ha sbagliato ne corre. La colpa di Genova, e di tutte le calamità che stanno accadendo, è del grande deficit culturale del nostro Paese sul tema della protezione civile»

dice il prefetto, che ha sostituito Guido Bertolaso il 13 novembre 2010, dopo essere stato prefetto dell'Aquila durante la gestione emergenziale post-terremoto.

«Nel 2013 – continua Gabrielli – il governo s'è dimenticato di finanziare il Fen, il Fondo per l'emergenza nazionale. Lo ha fatto poi nel 2014 stanziando 70 milioni di euro. [...]Lo sa a quanto ammontano i danni accertati per 14 delle 21 emergenze nazionali dichiarate negli ultimi tre anni? [...] Due miliardi e 300 milioni, un miliardo e 900 i danni pubblici, gli altri subiti dai privati».

E ancora:

«Io pongo il problema che in questo Paese, a distanza di 30 mesi da quando sono stati stanziati i fondi, si stia ancora dietro alla carta bollata, quando giovedì un uomo è morto e una città è andata sotto. I 35 milioni per il torrente Bisagno, non spesi per una girandola di ricorsi dopo l'assegnazione della gara, è uno scandalo della burocrazia pubblica. In questo caso, legato ai lunghi tempi della giustizia amministrativa»

A questo punto l'intervista online si chiude, con il "lancio" per il cartaceo. Ed io sono andato a recuperarmela, l'intervista integrale. Per curiosità, per sapere come proseguiva e per un altro motivo.

Visto che Franco Gabrielli lancia questo grido d'allarme – per molti versi sacrosanto – e visto che ricopre questo incarico dal 2010, ero curioso di vedere se il collega Alberto Custodero avesse avuto la voglia, il coraggio di fare a Gabrielli una grande domanda giornalistica. L'unica da fare, ad un certo punto.

«Se la situazione è così drammatica, perché non si dimette?»

Questa era la domanda che avrei fatto io, e che rivolgo da queste paginette al Capo dipartimento. Gabrielli si dichiara di fatto impotente. Non è una domanda polemica. È coerente. Gabrielli è lì, a fare il suo lavoro da quasi quattro anni. Ha incassato il "successo" della gestione dell'emergenza Concordia. Ma oggi, come si può rimanere in carica, se non esistono i presupposti? Il segnale delle dimissioni non sarebbe forse eclatante, persino doveroso?

Dice di essere fiducioso nella riforma renziana, quella che porterebbe di nuovo tutta la gestione delle emergenze sotto la competenza unica ed esclusiva dello Stato – e che, me lo si consenta come nota personale e come opinione, sarebbe un grave errore, visto che la storia delle gestioni più virtuose delle situazioni post-emergenziali dopo le calamità naturali è fatta di concorso fra lo Stato e le competenze locali, le uniche a conoscere le peculiarità del luogo. È per questo motivo che le materie di Protezione civile dovrebbero essere "concorrenti" fra Stato e Regioni e che dovrebbe vigere sempre il principio di sussidiarietà invece di quello di sostituzione. All'Aquila, lo stato si è sostituito del tutto alle amministrazioni. Con risultati disastrosi prima e dopo l'emergenza.

Forse è per questa fiducia, che Gabrielli resta al suo posto?

Fatto sta che gridare allo scandalo dopo è troppo facile. Lo ripeto: è una questione politica. Anche prendersela con la burocrazia serve a poco o niente. Lavori bloccati dal Tar? Veramente quelli sul Fereggiano – uno dei torrenti straripati a Genova – sono sostanzialmente bloccati dai tempi di tangentopoli.

Piangere sul latte versato non serve a niente. Se il tema è sentito come dice Gabrielli, il capo del Dipartimento di Protezione civile ha un dovere. Quello di chiedere il più rapidamente possibile un tavolo di concertazione Stato-Regioni che concorra alla stesura e poi alla realizzazione di un piano di messa in sicurezza del territorio. Non serve gestire l'emergenza dopo. Serve gestire quel che si può prima, a lungo termine.

Non sarà sburocratizzando e gestendo a colpi di deroghe e di ordinanze che si risolverà il problema. L'Aquila insegna.

La domanda, comunque, nell'intervista integrale non c'è.

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