Usa: Il New York Times chiede di porre fine all'embargo contro Cuba

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Il comitato editoriale del New York Times, considerato universalmente il più autorevole giornale statunitense, ha pubblicato ieri un editoriale dal titolo End the U.S. Embargo on Cuba. Non è la prima volta che la testata lancia la proposta di rimuovere il bloqueo contro l'isola caraibica, ma ciò non era mai accaduto con toni così decisi. Inoltre, l'articolo è stato pubblicato on line anche in spagnolo, allo scopo di raggiungere con più efficacia anche i lettori ispano-americani.

Il giornale, senza troppi giri di parole, rimprovera a Barack Obama un immobilismo sulla questione dell'embargo, che favorisce i maggiori competitori degli Stati Uniti sul mercato internazionale: Russia e Cina. Ricordiamo, a tale proposito, che Mosca e Pechino hanno relazioni commerciali con Cuba molto vantaggiose.

Per dare sostegno alla tesi della necessità di una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, il comitato editoriale pone l'accento sul processo riformatore, in campo economico, avviato dal governo di Raul Castro: "il governo cubano ha cominciato a permettere ai suoi cittadini, che sono impiegati nel settore privato, la vendita di immobili come automobili e case. Nel mese di marzo, l'Assemblea Nazionale di Cuba ha approvato una legge per attrarre investimenti esteri. Con capitali brasiliani Cuba sta costruendo un porto importante [...] Nel mese di aprile, i diplomatici cubani hanno cominciato a negoziare i termini di un trattato di cooperazione, che prevede di firmare con l'Unione europea".

Certo, l'articolo non nasconde che ancora oggi ci sono problemi con i dissidenti, ma evidenzia allo stesso tempo che negli ultimi anni sono stati liberati molti prigionieri politici. Inoltre la rimozione dell'embargo, in vigore dal 1961, potrebbe avere l'effetto di costringere Castro a maggiori aperture sul fronte democratico, perché gli toglierebbe un alibi.

La questione della fine del blocco andrebbe affrontata in maniera pragmatica. Per questo motivo, il giornale americano dà un consiglio ad Obama: "Rafforzare quelle relazioni diplomatiche, per le quali la Casa Bianca non ha bisogno dell'approvazione del Congresso". Ciò produrrebbe intanto un'intesa sulla regolazione dei flussi migratori, sulle operazioni marittime e sulle iniziative di sicurezza per le infrastrutture petrolifere nei Caraibi.

Sebbene nel 2008 il Presidente degli Stati Uniti avesse promesso delle nuove relazioni con L'Avana, non ha poi fatto più di tanto per cambiare la situazione e dubitiamo che lo faccia adesso. Dalla Casa Bianca, infatti, non ci sono state repliche all'editoriale, anche perché una presa di posizione a riguardo potrebbe ledere ulteriormente alla campagna delle elezioni di medio termine del prossimo novembre.

Forse l'unica cosa che potrebbe permettersi Obama, prima della scadenza del mandato, è quella di cancellare Cuba dalla lista degli Stati che sostengono i gruppi terroristici. La misura non solo è un vecchio retaggio della guerra fredda, ma appare del tutto grottesca se pensiamo che il governo de l'Avana possa essere considerato alla stregua di Corea del Nord e Siria.

Gli Usa continuano ad avere un atteggiamento ondivago sull'embargo. C'è chi a Washington non è ancora è uscito dall'ottica dello scontro: basti ricordare l'ennesimo tentativo dell'Usaid (US Agency of International Development) di promuovere azioni sovversive sull'isola nel 2009 (la notizia è saltata fuori quest'anno grazie all'Associated Press). D'altro canto, però, c'è una fetta di opinione pubblica che non si dice contraria alla revoca del blocco. Persino Hillary Clinton, nel suo libro Hard Choices, ha chiesto ad Obama di "togliere o quantomeno alleviare" le restrizioni vigenti, in cambio di impegni precisi.

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