Gli studenti in lotta e l'arte della ritirata di Lenin

Si susseguono e si intensificano in tutta Italia i cortei, le manifestazioni, le occupazioni, le proteste degli studenti.

A sentire alcuni esponenti del governo, ottusamente chiusi e ostinatamente reazionari e provocatori, viene voglia di dire agli studenti: forza, avanti tutta!

Ma, osservando più da vicino la protesta, il dubbio viene rispetto alle motivazioni “politiche” della protesta e soprattutto al suo sbocco.

La riforma Gelmini non convince rispetto all’obbiettivo di riformare la scuola italiana che non funziona. Nei cortei c’è una forte varietà di colori, c’è una acuta spinta “contro” ma non c’è la proposta, il progetto di cosa vogliono davvero questi giovani che marciano con i note book e le cuffiette più per ascoltare musica e giocare fra loro come fosse la play station la vera e unica piattaforma di lotta.

Il diritto al dissenso, alla protesta organizzata deve essere garantito dallo Stato e il governo non può assolutamente pensare di intervenire in modo autoritario. Ma sullo stesso piano c’è il diritto di poter studiare, di potere regolarmente entrare a scuola e nelle aule senza subire coercizioni o violenze di sorta.

Insomma: va garantito agli studenti il diritto di scioperare (che resta un diritto “anomalo” rispetto agli altri lavoratori) così come quello di studiare.

La lotta democratica degli studenti deve essere tale in tutti i suoi aspetti. Non può essere l’ occasione per far esprimere il peggio di bulli e bulletti di varia estrazione e per “casinisti” ed estremisti di vario colore e natura.

Il rischio è che dietro leaderini inventati dagli eventi la massa dei giovani venga attratta dal “gioco” e condotta dal pifferaio di turno allegramente nei gorghi della sconfitta e della disfatta.

L’ipocrisia dei partiti e dei sindacati di stare “fuori” dalla lotta è solo impotenza culturale e politica e totale mancanza di credibilità rispetto ai giovani e al Paese.

Non è vero che i partiti e i sindacati intendono preservare l’autonomia del movimento. Sono solo incapaci di dire la verità: di dire agli studenti “adesso basta, tutti a scuola” (se hanno torto) o estendere il fronte della lotta con alleanze sociali da chiamare in campo (se hanno ragione).

Invece stanno alla finestra, pronti a fare dichiarazioni al tiggì contro l’altra parte. Sono degli avvoltoi che aspettano di calare al momento opportuno. Sanno già come andrà a finire.

Questi ragazzi “senza storia” credono che otterranno tutto quel che chiedono. Così non otterranno nulla.

La sconfitta non peserà solo perché la scuola rimarrà come prima o peggio di prima. Peserà sui destini di una generazione intera. Taglierà le ali ai loro ultimi sogni.

Qualcuno inneggia a Che Guevara. Perché nessuno ricorda a questi ragazzi la lezione di Lenin sull’ “arte della ritirata”?.

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