Cartoline dalla Bosnia - Il primo camping internazionale della gioventù

Un laboratorio di inclusione sociale e integrazione per i giovani del posto e, soprattutto, per i tanti bambini e ragazzi rom che vivono nella zona.

TUZLA BOSNIA (CAMPING FRONT KAMP)

Maid ha 21 anni, fa il coreografo e insegna ai suoi giovani allievi rom che la danza può essere un’alternativa alla strada. Come lui Sadik, Danijel, Natasa, Nijaz e i tanti volontari dello IOK (Internacionalni Omlandinski Kamp), il primo camping internazionale della gioventù nato da pochi mesi sopra le colline di Tuzla, a Kiseljak (iok.ba).

Nato dalla ristrutturazione di un ex campo profughi per orfani e vedove dei soldati morti nelle guerra del 1992-1995, il campo è gestito dai volontari di Front, un’associazione di Tuzla che raccoglie giovani senza alcuna distinzione di fede o etnia. Uno spazio unico nel suo genere in questa parte di Bosnia, che mira a offrire un’opportunità lavorativa e una possibilità di futuro alle tante persone che vi collaborano, nell'ottica di quello spirito di tolleranza e dialogo che da sempre ha caratterizzato la città, anche durante la guerra. Quello di Tuzla, infatti, fu l’unico caso in cui le tre etnie rimasero pacificamente coese nella difesa dal nemico nazionalista esterno, anche nel momento più tragico del conflitto, quando il 25 maggio ‘95 una granata serba lanciata dalle alture intorno la città uccise 71 persone, quasi tutte tra i 18 e i 25 anni, scese in strada per festeggiare la "Festa della gioventù".

Una parte fondamentale del lavoro allo IOK, che nasce dal desiderio di creare una struttura turistica ecosostenibile e alternativa in quest’area dei Balcani, è proprio quello svolto con i rom, molti dei quali impegnati tra il personale, che nel campo hanno trovato una seconda possibilità di vita. Una possibilità molto spesso negata, come indicano alcuni dati diffusi nell’ultimo rapporto Unicef "Realizing the Rights of Roma Children and Women", che analizza la situazione non soltanto a Tuzla ma in tutta la Bosnia Erzegovina.

Malnutrizione, condizioni di povertà estrema e violenze familiari sono soltanto alcune delle problematiche che interessano questi giovani, vittime di un sistema sociale che li emargina e toglie loro qualsiasi possibilità di costruirsi un futuro, o più semplicemente di trovare un lavoro onesto per sopravvivere. Tra i rom bosniaci, inoltre, resta ancora altissima la percentuale di matrimoni e gravidanze precoci (il 31 % delle ragazze tra i 15 e i 19 anni hanno già avuto un bambino o sono rimaste incinta).

All’interno del Campo, molti tra questi giovani trovano invece una speranza di cambiare il loro futuro: attraverso la danza o la cucina, o anche solo grazie al lavoro dei volontari, che li trattano come persone “normali”. «Tutti devono avere la possibilità di cambiare. Noi vogliamo dare a questi ragazzi questa possibilità negata loro da altri» spiegano due dei fondatori, Sadik Jusic e Danijel Senkic. Certo, l’inizio non è stato facile: la ristrutturazione, ancora in corso, è lunga e costosa, e le istituzioni, almeno nella prima fase dei lavori, hanno contribuito con una donazione di soli 300 euro. Grazie al lavoro dei tanti volontari, tuttavia, oggi il camping è una struttura accogliente, pronta a ospitare turisti e a crescere, in modo da diventare una possibilità di lavoro per i disoccupati che vi collaborano, che in questa zona della Bosnia sono una percentuale piuttosto numerosa.

Lo IOK è oggi uno spazio dove vengono periodicamente organizzate attività per i giovani in modo da promuovere una risposta ai loro bisogni sociali, culturali e sportivi, nonché un veicolo di promozione del volontariato e dell’impegno civico. Impegno e attivismo che nei giorni dell’alluvione si sono tradotti nell’assistenza ai tanti residenti che hanno perso le loro abitazioni: durante l’estate il campo ha ospitato circa 50 persone, e due famiglie sono ancora ospiti nei bungalow di legno in attesa di terminare la ricostruzione della loro abitazione.

Un bell’esempio di partecipazione della società civile che certa di supplire a una delle tante mancanze istituzionali della Bosnia del dopoguerra. Per il governo centrale, infatti, la questione rom resta ancora un problema secondario, e la minoranza etnica è ancora esclusa per legge, come le altre al di fuori dei tre popoli costituenti (serbi, croati e bosgnacchi), dalla possibilità di rivestire determinate cariche pubbliche.

Cittadini di serie B, ben lontani dal vedersi riconoscere quei diritti fondamentali dell’uomo stabiliti nella costituzione firmata a Dayton. Diritti all’educazione e al lavoro, e più in generale alla dignità umana, che Kiseljak in tanti cercano di riprendersi, magari anche a passo di danza.

Gli autori del reportage


    Simona Silvestri

    Simona Silvestri - Giornalista pubblicista, nomade per necessità, curiosa per natura. Laureata in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Perugia, ha collaborato con Articolo 21, La Sera di Parma, Piazza Grande e altre testate nel settore del turismo, della cultura e del sociale. Ama i viaggi e la Bosnia, paese con cui è stato amore a prima vista e dove sta lavorando da circa un anno insieme al fotografo Sandro Capatti a un progetto incentrato sui cambiamenti socio-economici e politici degli ultimi vent’anni. Un'analisi dei cambiamenti prodotti in seguito al crollo dell’ex Jugoslavia di Tito e dopo la sanguinosa guerra che ha sconvolto la Bosnia dal 1992 al 1995. Zaino in spalla, nell'ultimo anno ha percorso il paese in autobus, furgone, nave per raccontare le mille sfaccettature di una realtà vicinissima eppure ignorata. Tuzla, Sarajevo, Srebrenica, Mostar sono state solo alcune delle tappe di un viaggio attraverso le tante ferite ancora aperte, le aspettative per il futuro e le contraddizioni di una nazione in continuo cambiamento.

    Sandro Capatti

    Sandro Capatti – Fotografo professionista dal 1992, dopo aver frequentato la scuola di fotografia di Milano. Specializzato in fotogiornalismo, ha collaborato con varie testate giornalistiche italiane e straniere, tra cui “La Repubblica”, “Il Messaggero”, “L’Avvenire”, “Il Resto del Carlino”; e riviste specializzate come “Musica Jazz”, “Oggi”, “Novella 2000”, “Panorama”, “Famiglia Cristiana” e altre. Per cinque anni vive e lavora in Canada collaborando con varie agenzie e con “Il Corriere Canadese di Toronto”. Attualmente collabora con una testata locale di Parma, la città in cui vive, e con alcune agenzie di stampa nazionali che si occupano di fotogiornalismo.

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