Cartoline dalla Bosnia - Plenum

Prosegue il bel reportage di Simona Silvestri con foto di Sandro Capatti in esclusiva per Blogo.it. Oggi, il racconto dell'esperienza dei Plenum. Nelle puntate precedenti: le elezioni, dopo l'alluvione, la biblioteca di Sarajevo e il primo campo internazionale della gioventù.


TUZLA SODASO BOSNIA

Cala il sipario sulla "Primavera bosniaca". A sei mesi dalle grandi manifestazioni di piazza che nel febbraio scorso hanno scosso la Bosnia ed Erzegovina, il movimento delle proteste e dei Plenum, le assemblee spontanee e apartitiche dei cittadini sorte da quei movimenti, sembra avviarsi verso un lento ma inesorabile processo di normalizzazione.

Quel che resta è il significato di quell’esperienza,

«il più importante esercizio di democrazia degli ultimi vent'anni in Bosnia»

spiega l’attivista Valentina Pellizzer, membro del team organizzativo del Plenum di Sarajevo.

«Per la prima volta dal ‘95 a questa parte» prosegue «cittadini di ogni fascia sociale ed età hanno manifestato la loro voglia di un cambiamento reale»,

scendendo prima in piazza per farsi ascoltare e riunendosi poi in assemblee per elaborare documenti da sottoporre alle istituzioni. Un fenomeno straordinario, che tuttavia a sei mesi di distanza sembra aver perso l’iniziale spinta rivoluzionaria. Da una parte l’essenza stessa di questa esperienza nata dallo spontaneismo, dall’altra l’incapacità di fare fronte comune, hanno condizionato lo sviluppo dei Plenum in soggetti capaci di incidere a fondo sulla politica locale e nazionale, e in primo luogo sulle elezioni del prossimo 12 ottobre. Dall’altra parte, è mancato a questo importante esercizio di democrazia diretta il sostegno significativo di quelle istituzioni estere, come l’Unione Europea, che hanno preferito restare a guardare dalla finestra le evoluzioni della situazione.

Parallelamente alla normalizzazione dei Plenum, si è assistito a un medesimo affievolirsi delle proteste di piazza alla base di quelle stesse assemblee. A manifestare oggi a Tuzla, la città in cui tutto è iniziato il 4 febbraio, sono rimasti soltanto gli iscritti al sindacato indipendente 'Solidarnosti'. Ogni mercoledì, alle 9, si ritrovano davanti alla sede del governo cantonale per chiedere conto delle privatizzazioni selvagge che negli ultimi anni hanno distrutto il più importante distretto industriale della Bosnia, lasciando i lavoratori senza stipendio, pensione e ammortizzatori sociali. Degli studenti e delle tante persone scese in piazza al loro fianco alcuni mesi fa non c'è più traccia; lo stesso Plenum, il primo in grado di ottenere risultati significativi, è oggi fortemente criticato da tanti e accusato di essere stato lottizzato dai partiti politici. Anche l’attività dell’assemblea si è arenata, dopo i primi successi ottenuti in febbraio, come le dimissioni del governo del cantone o il voto per l'abolizione del cosiddetto “pane bianco”, il diritto riconosciuto ai ministri di continuare a percepire il salario per un anno dopo il termine del mandato. Tutto sembra rientrato nei ranghi della quotidianità e la situazione è ben lontana da quel febbraio in cui Tuzla si presentava come capofila di un movimento di proteste che avrebbero potuto finalmente cambiare lo status quo bosniaco.

Non è andata meglio a Sarajevo dove il Plenum, seppur ancora in attività, non produce risultati significativi da maggio a questa parte e dove i manifestanti si sono addirittura spaccati in due sottogruppi. Ogni giorno protestano a pochi metri di distanza l’uno dall’altro nel marciapiede antistante il palazzo della Presidenza Federale.

Il movimento è andato anche qui ridimensionandosi, da una parte a causa dello spiccato individualismo dei sarajevesi e per la mancanza di una base sociale di manifestanti come i lavoratori di Tuzla, dall’altra per le forti pressioni e i vincoli fin troppo stretti tra società civile, istituzioni e partiti. Di sicuro non ha giovato al movimento la mancanza di spazi dove le persone potessero ritrovarsi a discutere senza essere tenute sotto controllo dall’occhio vigile della polizia. Fin dall’inizio, infatti, molti manifestanti sono stati identificati dalle forze dell’ordine e alcuni di loro, durante la fase più acuta delle proteste, addirittura arrestati con l’accusa di terrorismo, la stessa imputazione a carico del wahabita che nel 2011 cercò di sparare contro l'ambasciata americana di Sarajevo.

«I Plenum sono stati in questo Paese la prima vera esperienza di partecipazione della gente comune, un’esperienza che acquisisce valore aggiunto se si considera che tutto è avvenuto in maniera pacifica e non violenta, come abbiamo visto invece succedere in altre parti» conclude Pellizzer. «È stato un terremoto che ha smosso alcuni degli equilibri e che finalmente ha fatto uscire la gente da un’apatia generalizzata».

SARAJEVO RACCOLTA FIRME PER ELEZIONI DEI PLENUM

Tracciare un bilancio complessivo non è affatto semplice, anche perché gli sviluppi sono stati piuttosto differenti di città in città. A Mostar, per esempio, l’azione del Plenum locale è stata forse la meno efficace da un punto di vista politico ma le proteste sono rimaste costanti e vive. Da 235 giorni, infaticabili, i cittadini si ritrovano alle 17 in Spanski Trg, capeggiati dall'attivista Muharem Hindić Mušic, per manifestare e ribadire in modo pacifico la necessità di un cambiamento e il dissenso sulla corruzione che attanaglia il governo della Federazione. Un gruppo di cittadini eterogeneo, contenuto nei numeri rispetto ad altri plenum formatisi nel Paese, mal tollerato dalle autorità locali: basti pensare che nel marzo scorso Hindić Mušic, mentre alla guida di un corteo pacifico cercava di passare dalla sponda ovest della città a quella est, è stato trascinato dentro un furgone dalla polizia e picchiato duramente al punto da ritrovarsi con un braccio rotto.

L'ultimo focolare significativo di questo grande movimento di partecipazione civica resta la grande protesta del 9 maggio scorso, quando manifestanti dai diversi plenum del paese sono arrivati a Sarajevo per protestare davanti alle istituzioni della Federazione di Bosnia-Erzegovina. Da allora non si sono avuti segni di attività significativa ad eccezione di alcuni casi come Gračanica, dove l’assemblea dei cittadini si riunisce ogni settimana e sta svolgendo un’importante funzione di controllo del Consiglio comunale, registrando e trasmettendo in streaming tutte le sedute.

Ben poca cosa rispetto alle aspettative, ma un primo passo significativo di cui non è ancora chiara l’influenza rispetto alle elezioni del 12 ottobre, che hanno delineato il nuovo assetto istituzionale del Paese. Sotto la cenere restano ancora accesi i fuochi del malcontento e, soprattutto, restano ancora vive le richieste dei cittadini per una maggiore giustizia sociale e per un netto cambiamento che spazzi via la corruzione dilagante. La fiamma si è affievolita ma non è ancora spenta del tutto: l’attesa è per l’arrivo di nuove vampate in grado di accendere l’autunno bosniaco e trasformarlo in una nuova stagione di proteste.

TUZLA CITTA' ELEZIONI GOVERNATIVE

Gli autori del reportage


    Simona Silvestri

    Simona Silvestri - Giornalista pubblicista, nomade per necessità, curiosa per natura. Laureata in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Perugia, ha collaborato con Articolo 21, La Sera di Parma, Piazza Grande e altre testate nel settore del turismo, della cultura e del sociale. Ama i viaggi e la Bosnia, paese con cui è stato amore a prima vista e dove sta lavorando da circa un anno insieme al fotografo Sandro Capatti a un progetto incentrato sui cambiamenti socio-economici e politici degli ultimi vent’anni. Un'analisi dei cambiamenti prodotti in seguito al crollo dell’ex Jugoslavia di Tito e dopo la sanguinosa guerra che ha sconvolto la Bosnia dal 1992 al 1995. Zaino in spalla, nell'ultimo anno ha percorso il paese in autobus, furgone, nave per raccontare le mille sfaccettature di una realtà vicinissima eppure ignorata. Tuzla, Sarajevo, Srebrenica, Mostar sono state solo alcune delle tappe di un viaggio attraverso le tante ferite ancora aperte, le aspettative per il futuro e le contraddizioni di una nazione in continuo cambiamento.

    Sandro Capatti

    Sandro Capatti – Fotografo professionista dal 1992, dopo aver frequentato la scuola di fotografia di Milano. Specializzato in fotogiornalismo, ha collaborato con varie testate giornalistiche italiane e straniere, tra cui “La Repubblica”, “Il Messaggero”, “L’Avvenire”, “Il Resto del Carlino”; e riviste specializzate come “Musica Jazz”, “Oggi”, “Novella 2000”, “Panorama”, “Famiglia Cristiana” e altre. Per cinque anni vive e lavora in Canada collaborando con varie agenzie e con “Il Corriere Canadese di Toronto”. Attualmente collabora con una testata locale di Parma, la città in cui vive, e con alcune agenzie di stampa nazionali che si occupano di fotogiornalismo.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO