Ttip: che cos'è il trattato transatlantico di libero scambio e perché rischia di saltare

Da un anno USA e UE studiano un trattato di libero scambio che si propone di alimentare in maniera massiccia la crescita economica. Ma a quale prezzo?

Anche i potenti del mondo si sono accorti, con qualche tempo di ritardo, che le modalità con cui hanno trattato il Ttip, l'accordo commerciale tra Usa e Europa che vorrebbe abbattere tutte le frontiere commerciali rimaste tra le due sponde dell'Atlantico, non hanno fatto altro che alimentare i sospetti e le paure, in una popolazione che ormai lo vede come il simbolo dell'imposizione dei poteri forti su cittadini in larghissima parte ignari di quanto si sta decidendo. Per dire di quanto sia ampia la contrarietà, basta pensare che pure la conferenza dei vescovi europei ha deciso di scagliarsi contro questo partenariato di stampo iperliberista.

I governi occidentali se ne sono finalmente accorti, scoprendo come al momento sarebbe impossibile aspettarsi che il Parlamento Europeo ratifichi il Ttip. Se si va avanti così, insomma, l'accordo commerciale che nelle speranze dei governi dovrebbe dare il colpo di grazia alla crisi e riportare la crescita (e magari portando anche sulle nostre tavole la carne americana gonfia di ormoni da noi vietati) rischia di finire nel nulla. La contromossa però è già pronta, e a dire la verità se n'è avuto qualche assaggio con qualche pubblicità trasmessa negli orari più improbabili sui canali Rai, che promuovevano il Ttip spiegando in cosa consiste in termini, ovviamente, elogiativi.

La controffensiva è infatti fatta tutta di trasparenza, spiegazioni, accenti posti sui vantaggi. Per spazzare via quel manto di segretezza che sta alimentando dubbi più che leciti ma anche i complottismi più disparati. Stando a quanto riporta Repubblica, sono stati Hollande e Renzi a porre l'accento sulla questione durante il G20, segnalando come "bisogna prima vincere la battaglia delle idee. Si è radicato il pregiudizio di un'opacità dell'accordo, tutta questa segretezza va spazzata via con un'operazione di trasparenza". Negli Stati Uniti, stando a quanto avrebbe detto lo stesso Obama, le cose saranno invece più facili. Tanto più adesso, che sia Camera che Senato sono in mano ai repubblicani.

Che cos'è il Ttip, il trattato transatlantico di libero scambio

Europa e Stati Uniti un giorno potrebbero essere la più grande area di libero commercio del mondo. "Ecco cosa fanno gli eurodeputati a Bruxelles, lavorano al trattato" potrebbe pensare chi si chiede in che cosa consista il lavoro del Parlamento Europeo. No, niente di tutto questo: il cittadino curioso può continuare a domandarsi cosa succeda in Belgio o a Strasburgo, perché il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è messo a punto in tutt'altra sede, dove si incontrano tecnici e lobbisti.

In estrema sintesi il TTIP si prefigge di abbattere le barriere doganali, unificare gli standard e in generale liberalizzare al massimo il mercato tra le due maggiori potenze occidentali: USA e Unione Europea. Le imprese al di qua e al di là dell'Atlantico potrebbero, grazie al trattato, vedere aumentare a dismisura la clientela potenziale in numerosi ambiti che oggi sono preclusi gli uni alle altre. I più ottimisti (come Matteo Renzi e Confindustria che hanno entusiasticamente promosso il progetto) prevedono punte di crescita economica oltre il 4% (per la Germania per esempio) e in ogni caso individuano nel TTIP il "programma congiunturale meno caro che si possa immaginare" come ha detto il presidente uscente della Commissione Europea Barroso. Il trattato potrebbe essere l'antidoto definitivo alla crisi?

I dubbi sono così tanti che ci viene voglia di rispondere, già ora, di no. Innanzitutto i lavori preparatori finiranno nel 2016 e l'accordo dovrà poi essere ratificato dai Parlamenti statunitense e europeo: la crisi va risolta il prima possibile, aspettare altri due-tre anni potrebbe essere esiziale per certe economie deboli (come quella italiana). In secondo luogo sembra piuttosto illogico che una crisi generata dalla deregulation più sfrenata (seppur riferita all'ambito finanziario) possa essere risolta da un'ulteriore accelerazione nella direzione del liberismo. In terza istanza, il "benessere transatlantico" ha bisogno di democrazia, sempre celebrata dai governi quando si tratta di sostenerla a casa degli altri (vedi Siria, Ucraina, Hong Kong): purtroppo il TTIP è allo studio tra attori per nulla investiti del mandato popolare, per giunta durante sessioni di trattative segrete.

Le controindicazioni politico economiche non sono le sole a far nascere sospetti nei confronti del TTIP: le ragioni sanitarie-ambientali creano molto più allarme e, in certi casi, lasciano sconcertati. Valga su tutti l'esempio della carne statunitense, prodotta "pompando" il bestiame con ormoni vietati in Europa e sterilizzata con sostanze che da noi non sono ammesse: l'eventuale entrata in vigore del TTIP ci obbligherebbe di fatto ad accogliere le bistecche americane nei nostri supermercati. L'unica difesa che a quel punto potrebbe sfoderare il consumatore è non comprarle. Ma si sa che il mercato è molto convincente, quando vuole.

Si potrebbe obiettare, a rigor di logica, che un trattato commerciale non può modificare la legislazione di un singolo stato, né dell'intera Unione Europea (il tutto vale in senso opposto anche nei confronti degli USA, che non vorremmo fossero interpretati come i cattivoni che vogliono obbligarci a comprare i loro prodotti: le banche europee, oggi molto più aggressive di quelle Usa, guardano fameliche i grandi capitali a stelle e strisce). E' qui che casca l'asino: il TTIP sarà (sarebbe) un trattato internazionale, avrebbe insomma dignità massima come fonte di diritto, superiore a quella delle singole Costituzioni. Se uno stato si opponesse a un punto del trattato o se viceversa fosse un'impresa a "trascinare in tribunale" un entità statuale, i due contendenti si troverebbero di fronte a un tribunale arbitrale, un collegio di giudici "privati" nominati dalle due parti (magari temperati da qualche altro membro probabilmente individuato dalla Banca Mondiale o dal WTO). Insomma a decidere cosa finirà nei banchi del supermercato dove facciamo la spesa tutti i giorni potrebbero essere dei signori che risponderebbero a interessi parziali e che soprattutto non avrebbero alcuna legittimazione democratica come quella che le Costituzioni garantiscono alla magistratura.

Quello che le tecnocrazie (mai termine fu più appropriato, stavolta) di Bruxelles e Washington stanno cercando di propinarci è un mondo dove l'ultima parola ce l'ha il soggetto (di solito una multinazionale) più ricco. Finora è stato così di fatto. Da domani potrebbe esserlo di diritto.

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