Ancora scontri a Bengasi. La Libia è teatro di un conflitto regionale

LIBYA-UNREST-BENGHAZI

Continuano gli scontri a Bengasi, dopo che le truppe filogovernative del generale Khalifa Haftar hanno lanciato una violenta offensiva mercoledì scorso contro le forze jihadiste. Proprio questa mattina un kamikaze si è fatto saltare in aria con un'autobomba a un posto di blocco, eretto da cittadini ostili alle milizie islamiche Ansar al Sharia, uccidendo tre persone e ferendone diverse altre.

Secondo fonti militari e mediche, a Bengasi, il bilancio complessivo è di almeno 18 morti dall'inizio dell'operazione militare guidata da Haftar. Intanto il conflitto si va estendendo: i filogovernativi avanzano anche su Zawiya e Gharian, rispettivamente a ovest e a sud di Tripoli, teatro nei giorni scorsi di combattimenti tra formazioni armate rivali.

Ieri Haftar, in un messaggio audio citato dai media libici, ha dichiarato: " La vittoria è vicina [...] Giovani di Bengasi, non lasciatevi andare a rappresaglie e vendette contro i miliziani di Ansar". Ma le sue parole sono da prendere con le molle, vista la situazione di caos in cui versa la regione della Cirenaica.

Tuttavia, l'ex uomo di fiducia del colonnello Mu'ammar Gheddafi (costretto all'esilio dal rais dopo la sconfitta della Libia nella guerra con il Ciad) può godere di due solidi appoggi: l'Egitto e il governo di Tobruk innanzitutto. Quest'ultimo, guidato Abdullah al-Thinni, ha dato un aperto sostegno all'assedio di Bengasi. E, a tale riguardo, evidenziamo che è stato lo stesso premier a dichiarare che in realtà l'operazione militare è gestita dal nuovo capo di Stato maggiore.

L'Egitto per parte sua, continua ad offrire supporto militare ad Haftar, anche se ci ha tenuto a smentire un coinvolgimento diretto della propria aviazione. Il governo del generale Abdel Fattah al-Sisi, pur continuando a propagandare una certa neutralità nel conflitto, ha tutto l'interesse a contrastare l'azione degli islamisti libici, legati al movimento della Fratellanza Musulmana. Ricordiamo che quest'ultimo è stato sconfitto dal generale con un colpo di Stato lo scorso anno.

Ad appoggiare le forze filogovernative, inoltre, ci sono anche l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. E' noto che Riad e Abu Dhabi nutrono una profonda avversione nei confronti della Fratellanza Musulmana perché la vedono come una forza destabilizzatrice per i loro regimi. Dobbiamo segnalare, inoltre, che gli Emirati non avrebbero solo un ruolo passivo nel conflitto libico. Secondo il New York Times, nel contesto della battaglia per il controllo dell'aeroporto di Tripoli, sono intervenuti a bombardare le varie milizie islamiste.

Ad sostenere Ansar al Sharia , invece, ci sono il governo non ufficiale di Tripoli, Qatar, Turchia e Algeria. Per quanto concerne i governi di Ankara e Doha, è nota la loro sintonia con i Fratelli Musulmani di Morsi in Egitto, a sostegno del quale stanziarono aiuti di miliardi di dollari. Per questo motivo, sarebbero favorevoli ad una rinascita del movimento in Libia in funzione anti-egiziana.

Per il governo di Algeri, invece, il sostegno agli islamisti si fonda su un'altra motivazione: proteggere i grandi giacimenti energetici ai confini con la Tripolitania.

Infine, non bisogna dimenticare che gli islamisti libici sono sostenuti anche dall' Is (lo Stato Islamico). Secondo fonti del Dipartimento di Stato americano, la situazione di instabilità che caratterizza la Libia favorisce una forte permeabilità alla propaganda dei miliziani del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi.

Insomma, è sempre più evidente che la battaglia di Bengasi e la condizione della Libia tutta siano sintomatiche di una guerra civile in corso: nel paese non c'è sovranità definita e ci sono due parlamenti. Ma, a sua volta, la guerra civile è un affare internazionale: la regione è diventato un pericoloso teatro di scontro, che coinvolge Stati del Nord Africa, Stati del Golfo e forze islamiste.

Questa tesi è stata confermata proprio dal ministro degli Esteri libico del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, Mohamed Al-Dairi, intervistato dal quotidiano Asharq Al-Awsat. Ecco cosa ha dichiarato ieri alla testata: "la Libia è vittima di una guerra regionale scaturita da cambiamenti radicali che hanno avuto luogo nella regione, dalla Tunisia all'Egitto. La verità è che la Libia è diventata il campo di battaglia di conflitti regionali e per regolamenti di conti". (Via Adnkronos)

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