Renzi, con questi “avversari” non c’è partita

Si apre una settimana non facile per Matteo Renzi, per il ribollire del Pd e degli alleati di governo, per i tamburi della Cgil, sabato in piazza a Roma per una protesta generale del mondo del lavoro.

Se tiene il concetto che Renzi è insostituibile perché altrimenti c’è il caos, allora tutto resta com’è oggi. Ma se questo concetto salta, allora il governo e la sua (doppia) maggioranza entrano nella zona grigia e gli italiani dovranno tornare presto alle urne.

Il disegno strategico di Renzi - al di là del modo grezzo, superficiale e schematico con cui viene presentato – non è di piccolo cabotaggio, anzi è “rivoluzionario”: tende a far saltare i vecchi schieramenti (sinistra-centro-destra) per portare sotto lo stesso tetto la maggioranza degli italiani, trasversalmente, puntando sulle riforme in grado di cambiare l’Italia come un calzino. Al di là dei tanti e grandi limiti di varia tipo e natura, il disegno renziano può (anche) reggere e passare.

Perché? Perché il premier-segretario è oggi l’unico che sa dove vuole andare e lo dice apertamente. E gli italiani, di fronte a un Berlusconi (protagonista principale dei fallimenti della seconda Repubblica) che fa il pesce in barile e punta apertamente (da solo) a un nuovo “colpaccio”, di fronte alle escandescenze grilline, di fronte all’evanescenza del “nuovo” centro destra democratico, potrebbero davvero dare l’ok definitivo al “rottamatore” per fare quel che vuol fare.

Ovvio che, in questo quadro dove a regnare non potrà che essere il populismo con le conseguenze di mettere l’Italia nel crinale più esposto ai venti di ogni tipo, aumenterà ancora il distacco fra cittadini e politica e l’astensionismo elettorale toccherà vette mai viste prima. L’unica alternativa a una Italia “comandata” da Renzi e da un governo monocolore renziano è oggi quella che passa dalla ricomposizione dei cosiddetti cattolici-liberal-moderati che si riconoscono nel popolarismo del PPE. Ma è una strada impervia al limite dell’impossibile.

Renzi all'Asse Dice Potito Salatto, vicepresidente dei Popolari per l’Italia di Mario Mauro: “ L’unità tanto auspicata, per essere perseguita, deve rispondere inizialmente alle seguenti semplici domande: Si è disposti ognuno a rinunciare alle attuali sigle di appartenenza per riconoscersi in un unico simbolo? Si è pronti a non definire aprioristicamente leadership, affidandole invece a un percorso democratico che trovi legittimazione congressuale nella classe dirigente del nuovo partito? La forma partito avrà regole di partecipazione in grado di premiare centralmente e localmente consenso e meritocrazia quali caratteristiche fondamentali per chi ne avrà la rappresentanza? I contenuti programmatici sapranno essere conseguenza dei valori e dei principi del popolarismo in modo da giustificarne le ragioni dell’alternatività a chi persegue visioni diverse della società?
Se tutto questo verrà discusso e approvato all’unanimità, le difficoltà di oggi verranno superate. Se invece ognuno pensa di ritagliarsi una rendita di posizione particolare nel contesto generale, allora non si andrà da nessuna parte. Il che significherebbe inevitabilmente lasciare che lo spazio politico sia affidato come oggi solo a Renzi, Grillo e Berlusconi con un astensionismo vicino al 50 per cento.
Non abbiamo più tempo a disposizione. Il patto del Nazareno è una tenaglia che tenta di farci fuori con riforme istituzionali (Senato, aree metropolitane), elettorali (porcellum, italicum), funzionali solo a Renzi per un verso e a Berlusconi per un altro. Ma così si riduce il tasso di democrazia del nostro Paese”.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO