Stato Islamico, Arabia Saudita e tagliagole: da che parte stare?

Dal 1 gennaio sono state 59 le esecuzioni di pena di morte per decapitazione in Arabia Saudita, primo e principale alleato arabo nella coalizione anti-Isis: terrorismo di Stato o Stato terrorista?

I rapporti tra occidente e Arabia Saudita si sono sempre intessuti su un delicatissimo filo di seta sospeso tra convenienze economiche e le violazioni dei diritti umani: se dovessimo applicare all'Arabia i medesimi criteri che ci fanno affermare "lo Stato Islamico è una realtà terroristica da estirpare" ci sarebbe quasi da armarsi e partire per Riyad.

Il più grande e ricco stato arabo d'Asia infatti applica la pena di morte in ossequio ad un'interpretazione rigida della Sharia (o meglio un'interpretazione in diritto positivo di norme semplicemente comportamentali): omicidio, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio e apostasia, queste le fattispecie per le quali si può finire, in Arabia, sul patibolo. Questa è in verità una non notizia ma se entriamo nello specifico dei dati scopriamo che sono ben 59 le decapitazioni avvenute dall'inizio dell'anno in Arabia Saudita.

Questo nonostante la stessa Arabia sia un membro del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e alleato strategico degli Usa: certo, l'Arabia non è l'unico paese al mondo a prevedere la pena capitale; anche lo Zio Sam (nonostante si applichi sempre meno e in alcuni stati sia addirittura stata abolita) vede nella pena di morte un deterrente, falso, per i criminali. E se uccidere un uomo è sempre sbagliato fin dai tempi di Caino, anche nell'etica della barbarie esistono regole (e codici) che dovrebbero dare la misura di chi sono realmente i nostri amici: dal 2005 infatti quasi tutte le esecuzioni in Arabia sono avvenute per decapitazione.

Un metodo infame che oggi additiamo allo Stato Islamico, condannando la barbarie dei "tagliagole" ma dimenticando di ammonire coloro i quali stanno "dalla nostra parte"; si legge sul sito dell'ambasciata dell'Arabia Saudita in Italia:

"L'Italia esporta in particolare apparecchiature elettriche e di precisione, fibre ottiche e artificiali, prodotti chimici, lavorati metallurgici, materiali da costruzione oltre a prodotti di abbigliamento, pellame e mobilio. Il Regno corrisponde con una importante contropartita energetica di petrolio e suoi derivati"

dove la parola chiave, vien da sè, è proprio "petrolio", ottimo deterrente degli arabi per ottenere il silenzio dei propri partner.

La pena di morte funziona più o meno così: il condannato (se donna può scegliere di essere giustiziata con un colpo di pistola alla testa, evitando così di scoprire il capo) viene portato in un cortile davanti a una moschea, dove gli vengono legate le mani e viene fatto accosciare; il boia (nel video in testa vi proponiamo un'intervista) sguaina la spada davanti a una folla che urla "Allahu Akbar" -Dio è grande- e esegue la sentenza.

Personalmente, da quando mi occupo di Siria ho avuto la tragica possibilità di vedere decine, centinaia di esecuzioni da parte dei folli miliziani dello Stato Islamico e, francamente, non c'è differenza tra un'uomo giustiziato nella guerra civile siriana e un'uomo giustiziato nel Regno amico di Arabia Saudita. Nessuna differenza.

La maggior parte delle 59 decapitazioni di quest'anno sono avvenute in agosto (8 solo in settembre, il doppio delle esecuzioni filmate e divulgate dai jihadisti dell'Isis) nel quasi totale silenzio di tutti, media, governanti, istituti internazionali e ong: certamente le difficoltà diplomatiche americane per la costruzione della coalizione internazionale anti-Isis (i sauditi rappresentano la chiave di Obama per ammansire l'intero Medio Oriente) hanno avuto il loro ruolo, ma sconvolge la facilità con cui si condannano le decapitazioni di Foley, Sotloff, Haines, Gourdel, Henning nel silenzio assordante che avvolge le decapitazioni di chiunque nasca arabo e musulmano (che viva nello Stato Islamico, in Siria, in Iraq o, appunto, in Arabia Saudita).

Secondo le cronache da Kobane, i jihadisti dell'Isis arrivano a decapitare i cadaveri dei propri "mujaheddin" per evitare che possano essere riconosciuti, risalendo la china del reclutamento.

Non si tratta di dettagli: secondo quanto denuncia Amnesty International le confessioni in Arabia vengono spesso estorte con la tortura e comunque l'uso della pena di morte va oltre qualsiasi parametro giuridico. Sempre più spesso la giustizia di Riyad uccide barbaramente i colpevoli di reati minori e capita che tra di loro ci siano anche dei minorenni (almeno una persona nel 2014), una palese violazione della Convenzione Onu dei diritti dell'infanzia: l'inazione dell'Onu e della comunità internazionale e il tragico silenzio di Stati Uniti ed Unione Europea su tutti si legano a parametri che nulla hanno a che fare con lo stato di diritto ed il diritto internazionale ma esclusivamente a parametri economici e di convenienza diplomatica, tutti fattori che andrebbero pure bene se non fosse che di mezzo ci passa la liberazione dell'intero Medio Oriente dal giogo del fondamentalismo e dei regimi repressivi: un fondamentalismo che in Arabia si è fatto diritto positivo del Regno saudita.

re-abdullah1

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