Bonus bebè: Civati, Vendola e Camusso contro "la propaganda" di Renzi

Renzi D'Urso

Dal salotto televisivo di Barbara D'Urso, Matteo Renzi ha annunciato il "bonus per le neomamme", passato agli onori ella cronaca anche come "bonus bebè". La proposta è chiaramente rivolta ad un target preciso di consumatori, che la trasmissione di canale 5 riesce ad intercettare. Bisogna proprio ammettere che il Presidente del Consiglio è un maestro nel saper lanciare "pacchetti di offerte" per ogni tipo di pubblico.

L'operazione, a detta del premier, partirà l'anno prossimo. Durante i primi dodici mesi, avrà un costo complessivo di 500 milioni. Dunque, ci sarebbero sul piatto 80 euro al mese per le neomamme durante i prime tre anni del bambino. I soldi dovrebbero essere destinati a nuclei familiari con uno o più figli e con reddito annuale non superiore a 90 mila euro, mentre dai 90 mila in su ne avrebbero diritto solo le famiglie con tre o più figli. Per i red­diti fino a 26 mila euro, la misura si sommerebbe agli 80 euro da bonus Irpef.

L'annuncio di Renzi, però, non è piaciuto alla sinistra, o almeno a quel poco che ne resta. Il primo ad esprimere dissenso a riguardo è stato Filippo Civati. Il parlamentare democratico ha così commentato sul suo blog il bonus "di pomeriggio 5":

"Perché spendere 80 euro per tre anni (pare che il conto ci porti a impegnare risorse tra il miliardo e mezzo e i due: desumiamo i dati dalle trasmissioni tv) quando quelle risorse ingenti potrebbero essere investite per aprire asili nido? A parte il maschilismo certamente involontario (“per le mamme”, che così se ne stanno ancora un po’ a casa) e il messaggio sicuramente forte sotto il profilo del marketing elettorale spintissimo a cui siamo quotidianamente esposti, mi pare una mossa molto sbagliata. Sulle bambine e i bambini non voglio certo fare polemica, ma come sanno tutti (soprattutto gli esperti), l’investimento in asili nido è quello più redditizio per la società: da tutti i punti di vista. Perché dà lavoro di qualità, perché riduce le disuguaglianze, perché estende un servizio che ora manca"

Sulla stessa lunghezza d'onda c'è Nichi Vendola. Il Presidente di Sel, ai microfoni dei cronisti di Montecitorio, ha bollato la misura del rottamatore come poco seria. Ecco cosa ha detto: "Renzi regala alle neomamme pannolini e biberon e noi siamo obbligati a tagliare gli asili nido per consentirgli di finanziare la sua prestazione propagandistica nei salotti tv. Bisogna essere un pò più seri di fronte ai diritti dell'infanzia e delle famiglie" (Via Ansa).

Sul "bonus bebè", non è stata meno tenera la Cgil di Susanna Camusso. Quest'ultima, a tale riguardo, ha dichiarato: "Non so se l’intervento potrà essere coperto dal fondo previsto nella legge di stabilità e mi colpsce che non si decida mai una politica organica sulla povertà. Ci vedo anche il rischio che possa essere contraddittorio con il lavoro delle donne".

Porre la questione degli asili nido da parte della sinistra non sembra affatto retorica, visto che è stato lo stesso Renzi ad annunciare la costruzione "di mille asili nido in mille in giorni". Della cosa, dopo settembre, non se ne è più parlato. Ma non ci risulta che il piano sia partito.

E' bene ricordare, come evidenziato da Cittadinanzattiva, che gli asili nido, in Italia, riescono a soddisfare solo l’11,8% dell’utenza potenziale (20 punti in meno rispetto al 33% raccomandato dall’Unione Europea entro il 2010) con notevoli differenze tra Nord, Centro e Sud. Inoltre, segnaliamo che rappresentano la parte più cospicua della spesa delle famiglie (in media 500-600 euro mensili).

In molti, come sempre, diranno che il bonus del governo è solo una misura di emergenza in una cornice più ampia. Allora non ci resta che aspettare. Staremo a vedere se lo sgravio contributivo sui neo assunti (quello che per Padoan dovrebbe valere 800 mila posti di lavoro in tre anni) e il contratto a tutele crescenti alzerà l'indice di natalità nel nostro paese e la fiducia delle famiglie. Ma non mancheremo nemmeno di verificare, come afferma Federconsumatori, se ci sarà un aggravio fiscale di 600 euro a famiglia con la Legge di Stabilità.

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