Elezioni politiche 2015: tutto porta al voto anticipato, ma con quale legge elettorale?

Ma forse, ancor più che tornare al voto, ciò che in questo frangente torna utile a Renzi è minacciare le elezioni politiche nel 2015.

Che Renzi voglia andare al voto anticipato, a elezioni politiche nel 2015, è più che comprensibile: al momento non c'è nessun'altra forza che potrebbe contendergli la vittoria (e anche una, al momento difficile, riunione del centrodestra sarebbe ben lontana dal poter mettere in difficoltà il Partito Democratico). In più, con un Parlamento interamente rinnovato dopo il voto, il premier potrebbe finalmente chiudere la lotta senza fine con la minoranza del Pd (che in Parlamento tanto minoranza non è) e istituire gruppi di stretta osservanza renziana.

In questo senso, forse, si capisce anche perché il segretario del Pd ha fretta di mettere in piedi quello che viene soprannominato Partito della Nazione: inglobare pezzi di Sel (la parte Led che fa capo a Migliore e che sta per entrare ufficialmente nel Pd), assorbire interamente Scelta Civica e i Popolari per l'Italia, iniziare a capire il da farsi con il Nuovo Centrodestra; tutto questo serve anche per poter promettere seggi sicuri a chi altrimenti alzerebbe le barricate pur di non tornare al voto prima della scadenza naturale della legislatura.

Ma forse, ancora più che tornare al voto, ciò che in questo frangente torna utile a Renzi è minacciare le elezioni politiche nel 2015. La ragione la spiega bene Ugo Magri su La Stampa:

Il premier nega il proposito ma fino a un certo punto. Astutamente gli piace tenere sulla corda il Parlamento, far lievitare l’idea che lui si prepari a licenziare tutti quanti gli fossero di ostacolo. Guarda caso, accelera sull’Italicum proprio alla vigilia dei passaggi più complicati (legge di stabilità, Jobs Act). (...Se Renzi decidesse di andare a elezioni), a quel punto però scoppierebbe, incontenibile, la rivolta dei «peones» sul punto di andare a casa. Farebbero le barricate e troverebbero un alleato potente nel Colle. Tra decreto di scioglimento e dimissioni, Napolitano firmerebbe più facilmente le seconde, alle quali del resto il Presidente già pensa (e non è mistero per nessuno) per i primi mesi dell’anno nuovo.

Se si vota, una larga parte dei parlamentari Pd ha la certezza di non essere ricandidato. E allora cosa c'è di meglio, nell'ottica di Renzi, di parlare della legge elettorale Italicum - e quindi implicitamente minacciando le elezioni anticipate - ogni volta che c'è da affrontare qualche voto difficile? Pur di non perdere lo scranno, tutta la minoranza Pd si allinea e vota quel che c'è da votare.

La minaccia di andare al voto funziona bene finché rimane una minaccia, perché nel momento in cui davvero si decidesse di sciogliere il Parlamento e tornare alle urne la questione della legge elettorale tornerebbe di strettissima attualità. E si tratta di una questione per nulla vicina alla risoluzione, anzi. L'Italicum era stato pensato quando il Pd non era in grado di arrivare da solo alla maggioranza relativa e quindi l'impianto puntava sul bipolarismo e sui due turni, il che andava bene anche a Berlusconi, nella speranza di ricostruire il centrodestra e far finire terzo il M5S.

Oggi che il Pd vale circa il 40% ecco che Renzi non ne vuole più sapere di una coalizione e rispolvera il mito del "partito a vocazione maggioritario", puntando a dare il premio di maggioranza alla singola lista (e quindi spingendo sul tasto del bipartitismo). Ma una Forza Italia ai minimi storici - secondo i sondaggi politici si aggira attorno al 15% - è messa in difficoltà da un meccanismo del genere, che favorirebbe semmai il secondo partito in Italia, e cioè il Movimento 5 Stelle. In tutto questo, la riforma della legge elettorale deve ancora venire calendarizzata in Commissione al Senato. Il che significa che i tempi per la sua approvazione sono ancora lunghi, mentre i tempi per indire nuove elezioni in primavera iniziano a stringere.

Matteo Renzi TFR

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