Piazza San Giovanni-Leopolda, i due volti della sinistra. Quando Pci e Cgil …

Non ci vuole molta fantasia per capire che oggi in Piazza San Giovanni a Roma e alla Leopolda a Firenze vanno in scena due Pd, quello di lotta (sindacale, ma non solo) e quello di governo (nazionale e locale).

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E’ la prima volta che questo accade, anche perché la Cgil per decenni è stata la “cinghia di trasmissione” del partito guida della sinistra italiana – il Pci – proiettando in piazza la battaglia politica e parlamentare del partito di riferimento. Confronti serrati e anche divisioni, dentro il Pci e fra partito e sindacato - ci sono stati anche in passato sul rapporto fra sindacato e partito, sulla validità e opportunità di iniziative sindacali rispetto alla linea del partito: basti pensare all’epoca del Compromesso storico e alle spinte in avanti della Fiom e/o della Flm.

Dopo il ’68 si ripropose con forza il ruolo e l’identità del sindacato, il rapporto fra partito e sindacato e non mancarono spinte “operaiste” che dalla Cgil si proiettavano nel Pci in una lotta anche ideale e culturale che vide davanti a tutti Giorgio Amendola e Pietro Ingrao. La battaglia era (ed è?) sempre su due fronti, da una parte il conservatorismo dall’altra il settarismo.

Nella crisi economica della metà degli anni ’70 Amendola richiamava partito e sindacato (anche la Cgil di Luciano lama) alla “coerenza” e alla “severità” ammonendo che “Per affrontare l’emergenza economica occorre l’azione concorde di tutte le forze democratiche e la classe operaia deve saper sacrificare qualcosa per salvare il paese dalla catastrofe”. Ancora Amendola: “Quando bisogna ridurre la spesa pubblica significa anche ridurre i consumi privati e quindi contrazioni di alcune attività produttive o terziarie. Così per gli investimenti, bisogna in concreto dire quali investimenti fare e quali non fare. Siamo tutti d’accordo nel ritenere che non bisogna buttar via denaro per cercare di mantenere in attività fabbriche ormai superate dallo sviluppo tecnologico o dai mutamenti del mercato? Non si può più difendere l’occupazione in modo rigido, fabbrica per fabbrica, ma occorre una lotta per l’occupazione che non dimentiche le concentrazioni permanenti di disoccupati, in particolare imponenti masse giovanili, che non si possono chiamare disoccupati perché non sono mai stati occupati. Bisogna cioè che gli investimenti siano fatti per aiutare una riconversione che permetta di accrescere la generale produttività, non per conservare strutture antiquate e antiproduttive. Aumento della produttività, riconversione, investimenti, significano modificazione dell’attuale situazione, abbandono di certi comportamenti, ricerca di un nuovo modo non solo di produrre ma anche di vita”. Ecco.

Opportunismo di “destra” o vera capacità di governo? Berlinguer allora rispondeva che era giusta la linea della “austerità” ma ci voleva un governo credibile, coerente, forte e capace di realizzarla, dando di più a chi aveva di meno e togliendo a chi aveva troppo. Una “rivoluzione democratica” che neppure un partito con il 51% dei voti poteva fare da solo: di lì il progetto del “compromesso storico” fra Pci e Dc.

La legittimità delle due iniziative (Piazza San Giovanni e Leopolda) -non prive entrambi di contraddizioni e limiti – è fuori discussione. Ma servono meno slogan e primedonne sgomitanti con le spade sguainate e un segretario-premier meno teso alla ricerca spasmodica del consenso (personale) e più impegnato ad affrontare i problemi veri e drammatici del Paese. Magari ripassando la storia di ieri e dell’altro ieri.

La sinistra, partito e sindacato, hanno bisogno di nuova identità e nuova progettualità. L’Italia ha bisogno di uno sforzo unitario, non di nuove crociate.

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