Egitto: Presidente al-Sisi proclama lo Stato di emergenza nel Sinai

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L'Egitto ha disposto lo stato di emergenza per tre mesi nella Penisola del Sinai. Il Presidente, Abdel Fattah al-Sisi, ha così deciso di usare il pugno di ferro dopo che un duplice attentato ha causato la morte di 31 militari. La misura è scattata alle 5 di mattina di ieri, 25 ottobre. Inoltre, il rais ha anche chiuso il valico di Rafah con la Striscia di Gaza.

Gli attentati, di matrice jihadista, si sono verificati contro un posto di blocco dell'esercito. Secondo gli ufficiali egiziani, si è trattata di un'operazione coordinata, che ha avuto inizio con l'esplosione di un'autobomba, fatta detonare probabilmente da un kamikaze. Successivamente dei miliziani hanno aperto il fuoco contro i soldati con un lanciagranate, colpendo un carro armato che trasportava munizioni. In questo modo, ha avuto luogo una seconda esplosione. Infine, delle bombe ai margini della strada hanno intercettato due veicoli dell'esercito.

Il Sinai è diventata una zona di profonda instabilità, sin dalla caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak nel 2011. Ma è nel 2013 che la situazione è precipitata, dopo che un golpe militare guidato da al-Sisi ha rimosso dal potere Mohammed Morsi, leader della formazione islamista dei Fratelli Musulmani. Quest'ultima è stata messa al bando e dichiarata gruppo terroristico dallo stesso Presidente in carica.

Per le autorità egiziane, dietro gli attentati organizzati nella Penisola (e non solo) ci sarebbero i Fratelli Masulmani, appoggiati dallo Stato Islamico (Is). In particolare, nel Sinai, responsabile degli attacchi terroristici sarebbe la fazione di Ansar Beit al-Maqdis, collegata per l'appunto alla Fratellanza.

Il gruppo armato, che raccoglie principalmente miliziani egiziani e beduini, ha già compiuto numerose azioni terroristiche. Ricordiamo, a tale riguardo, che ha rivendicato, lo scorso settembre, l'assassinio di 11 agenti in un attacco dinamitardo contro un convoglio. Inoltre, l’anno scorso, a Il Cairo, ha tentato di uccidere il ministro dell’Interno.

Con la proclamazione dello stato di emergenza, non è escluso che al-Sisi proceda con una ulteriore militarizzazione dell'area. La guerra contro la Fratellanza, collegata all'Is, è per il rais fondamentale e ha intenzione di usare tutti i mezzi necessari per vincerla. Sconfiggere il jihadismo vuol dire non solo consolidare la sovranità del governo sul paese, ma anche porre le basi per diventare un leader regionale (magari con l'avallo di Russia e Stati Uniti).

Per tali ragioni, al-Sisi è anche fortemente impegnato sul fronte libico contro gli islamisti ribelli di Ansar al Sharia. Inoltre, la sua strategia anti-jihadista può vantare un solido alleato: l'Arabia Saudita (che a sua volta è alleata dell'Occidente nella lotta contro l'Is). Riad, fortemente ostile ai Fratelli Musulmani, si è schierata con al-Sisi l’anno scorso, finanziandolo con ingenti somme di denaro e offrendogli aiuti in prodotti petroliferi.

Tuttavia, pensare che l'Egitto possa giungere ad una tranquilla pacificazione interna appare difficile. L'attuale presidente ha sì deposto un governo che aveva preso una piega pericolosamente fondamentalista e antidemocratica, ma lo ha fatto con un golpe, a cui nel 2014 sono seguite elezioni generali in un clima da dittatura militare. Inoltre nel 2013, dopo la caduta del governo, l'allora capo delle forze armate al Sisi ha messo in atto quello che da molte organizzazioni internazionali è stato denunciato come un vero e proprio crimine contro l'umanità: l'uccisione di 700 manifestanti che reclamavano il reintegro di Morsi.

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