Sondaggi politici: quanto vale la minoranza Pd?

Il rischio scissione è sempre dietro l'angolo, ma quanto contano gli avversari di Renzi?

I sondaggi politici non potevano restare immuni al fascino delle piazze contrapposte, quella della Leopolda 5 che si è chiusa domenica e quella della manifestazione Cgil che ha portato un milione di persone in piazza sabato. Una contrapposizione totale, di toni, di contenuti, di messaggi, ma anche estetica: da una parte la piazza piena, simbolo della sinistra; dall'altra una convention con la scenografia che richiama le start-up tecnologiche americane. Il problema è che gli elettori di entrambi le piazze, così diverse, facevano riferimento in larghissima parte a un solo partito: il Partito Democratico.

Ed ecco che inevitabilmente si ritorna a minacciare la scissione: l'ex rottamatore Pippo Civati parla di "un mese per decidere" (ma a tenere davvero le redini della scissione non è tanto Civati, quanto Landini e i bersaniani, che frenano), Renzi risponde con aggressività ("Chi vuole può andarsene") ma ribadendo che nessuno sarà espulso (anche per evitare le accuse di autoritarismo che in quel caso verrebbero sicuramente sollevate). La questione non si risolverà in tempi brevi, ma l'inconciliabilità tra le due anime del partito - che solo in parte richiama quella storica Ds-Margherita - è ormai talmente evidente che se anche il Pd restasse unito si tratterebbe di una convivenza forzatissima.

Talmente forzata che, secondo molti, la rottura è inevitabile ed è ormai solo questione di tempo (legata soprattutto alla possibilità o meno che si vada a elezioni politiche nel 2015). Ciò che frena Fassina, D'Alema, Bersani e Cuperlo dal decidere oggi, su due piedi, di rompere con un segretario col quale non hanno quasi niente da condividere e che li disprezza apertamente è la grande incognita elettorale: quanto varrebbe oggi quel partito di sinistra che potrebbe avere in Landini il leader ma che avrebbe la struttura creata dalla minoranza Pd?

Una domanda tutt'altro che facile, ma alla quale ha cercato di trovare risposta Ilvo Diamanti su Repubblica, basandosi su due dati: il risultato del Pd alle Europee e il livello di fiducia nella Cgil tra gli elettori del Pd (dando per scontato che siano costoro quelli che voterebbero il partito della sinistra Pd, conclusione un po' azzardata, ma logica):

Possiamo tentare, con qualche approssimazione, di stimarne il peso elettorale (base: Oss. Elettorale Demos, ottobre 2014) concentrandoci su coloro che esprimono molta-moltissima fiducia nella Cgil. Fra gli elettori del Pd sono circa il 25%. Cioè, se facciamo riferimento alle elezioni europee di maggio, intorno al 10% del voto. Appare, quindi, azzardato trattare questa componente come fosse esterna ed estranea. E se è vero che gli iscritti al sindacato sono, per la maggior parte, pensionati e lavoratori anziani, è altrettanto vero che proprio questi settori, alle ultime elezioni (politiche ed europee), hanno costituito lo zoccolo duro del voto al Pd.

Se la minoranza Pd diventasse partito varrebbe il 10%. Attenzione, però, questo non significa che il Partito Democratico scenderebbe al 30%, visto che a quel punto Renzi potrebbe fare ancor più incetta di voti alla sua destra. Così come il partito della sinistra (unendosi con Sel e, chissà, Rifondazione e Verdi) potrebbe aumentare quel 10%. Quello che va capito è se vale la pena di rompere un partito per dare vita a qualcosa che non ha chance di contare davvero, se non in alleanza con il Pd. O se non vale la pena piuttosto di restare nel Pd per provare a riprendere il timone quando ci saranno le prossime primarie per scegliere il segretario. Che poi è questo il vero punto di forza del partito: che senso ha rompere e continuare nella saga delle scissioni dei partiti di sinistra, quando grazie allo strumento che il partito si è dato nessun cambiamento è necessariamente permanente? Meglio restare uniti, tirando ognuno dalla sua parte e accettando il risultato delle primarie, piuttosto che rompere per poi tanto ritrovarsi "costretti" a un'alleanza alla prima occasione elettorale.

PDPD

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