Il New York Times racconta le torture subite dagli ostaggi dell'Is prima della decapitazione

Dal reportage del NYT emerge anche che James Foley si era convertito all'Islam.

Appesi a testa in giù, lasciati a digiuno per giorni, sottoposti a finte esecuzioni e al waterboarding, ossia il quasi annegamento che veniva praticato anche a Guantanamo. Sono solo alcune delle torture subite dagli ostaggi dell'Is prima di essere poi effettivamente decapitati. Lo si legge sul New York Times che ha pubblicato un reportage frutto di un lavoro di circa tre mesi, basato sull'esame delle deposizioni di ex ostaggi e dei loro famigliari e di un'intervista a Jejoen Bontinck, un giovane belga che è andato in Siria per combattere al fianco dei jihadisti e che per tre mesi è stato in cella con James Foley, il giornalista americano decapitato dall'Is. Proprio su Foley, Bontinck rivela che si era convertito all'Islam e che non lo aveva fatto solo per avere un trattamento migliore dai suoi aguzzini, ma perché ci credeva davvero. Quando era partito dal suo Paese Foley era cattolico e dopo che è stato decapitato addirittura Papa Francesco ha telefonato alla sua famiglia e ha elogiato la sua fede, non sapendo che nel invece si era convertito. Tra coloro che invece sono rimasti fedeli alla loro religione di origine (pochi secondo il NYT) c'era Steven Sotloff, anch'egli poi decapitato, che era ebreo praticante.

Nel reportage si legge che l'Is divideva gli ostaggi in base alla priorità di possibile liberazione e in base al trattamento che avrebbero subìto. Tutto dipendeva dalla disponibilità del Paese di appartenenza di ogni ostaggio a trattare e a pagare riscatti. Ostaggi francesi, spagnoli e anche l'italiano Federico Motka furono liberati (ma l'Italia nega di aver pagato riscatti), mentre c'era un accanimento particolare contro britannici e americani.

Il waterboarding era la forma di tortura più temuta dagli ostaggi. Alcuni ex prigionieri, infatti, hanno raccontato che quando vedevano i loro compagni di sventura tornare dagli incontri con i loro rapitori sporchi di sangue erano sollevati, perché significava che almeno non erano stati quasi annegati, ma "solo" picchiati, altrimenti, se non avevano ferite significava che erano stati sottoposti a qualcosa di molto peggio.

Secondo il reportage i vari ostaggi sono passati di mano in mano tra vari gruppi islamisti fino a essere poi consegnati a quello che è diventato lo Stato Islamico, che all'inizio dell'anno aveva 23 prigionieri occidentali (19 uomini e 4 donne di 13 Paesi diversi). Gli europei sarebbero stati liberati grazie ai riscatti e a giugno avevano solo sette prigionieri, quattro dei quali sono stati decapitati, si tratta degli americani Foley e Sotloff e dei britannici Hennings e Haines. Ora dunque l'Isis ha ancora tre ostaggi, due americani, cioè Peter Kassig, che è stato scelto come prossimo ostaggio da decapitare, e una donna di cui non si conosce il nome, l'altro è il britannico John Cantlie che è stato di recente protagonista di un video. Non vengono menzionati invece tra gli ostaggi gli italiani Padre Paolo Dall'Oglio, scomparso nel 2013 in Siria, e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, di cui non si hanno notizie da quest'estate.

Reportage del New York Times su torture inflitte dall'Is ai suoi ostaggi

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