Decreto Gelmini e legge 133: la riforma vista da dentro. Commento sulla lettera agli studenti del Rettore del Politecnico di Milano


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Oggi proviamo a fare una cosa diversa, analizzando punto per punto la posizione sulla Riforma Gelmini-Legge 133 (ma meglio sarebbe dire sui tagli di Tremonti) di un insider di lusso come il Magnifico Rettore del Politecnico di Milano, Giulio Ballio. Ringraziamo per questo l'utente Proust che ci ha girato la lettera inviata dal Rettore a tutti gli studenti dell'ateneo. Vi anticipo che a breve contatteremo direttamente il dott. Ballio per avere una sua intervista diretta sull'argomento.

Sulla stampa, in molti striscioni, nelle manifestazioni si richiamano due realtà completamente diverse: la proposta del Ministro Gelmini sulla Scuola elementare e la legge 133/08 relativa al contenimento della spesa pubblica, il cui testo ricalca le proposte del Ministro Tremonti. Vi intratterrò soltanto sulla seconda che riguarda anche le Università [...] Le riduzioni previste sono indistinte e colpiscono indiscriminatamente, senza considerare le differenze di funzioni, compiti e risultati delle varie tipologie di amministrazioni.

Per quanto è relativo alle Università statali come la nostra, le due conseguenze più rilevanti di questa legge approvata prima dell'Agosto 2008 sono le seguenti:

* una riduzione del finanziamento statale al sistema universitario (FFO = Fondo di Finanziamento Ordinario) a partire dal bilancio 2010 (quindi dal 1 gennaio 2010);
* la drastica riduzione del turn over (ogni 10 persone che vanno in pensione, ne possono entrare soltanto 2 fino al 2012 e poi 5 dal 2013)
* la possibilità di trasformare le università in Fondazioni di diritto privato.

Fin qui il preambolo, che distingue chiaramente tra Riforma Gelmini e tagli alle università, un po' come noi abbiamo cercato di dimostrare in queste settimane. I punti individuati sono 3, vediamoli uno ad uno.

Ogni anno la Finanziaria stabilisce l'ammontare del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), cioè i soldi che vanno al Sistema Universitario statale. Questa somma è a disposizione del Ministero che la ridistribuisce fra i differenti Atenei. La somma è cresciuta dal 1995 al 2005 ed è praticamente stazionaria da tre anni. Vale oggi circa 7 Miliardi di euro. La legge prevede una riduzione di circa il 20% in tre anni di tale somma senza considerare che, nel nostro Paese, il finanziamento alle Università è fra i più bassi di Europa. (Basta guardare i dati dell'OCSE).

Bisogna combattere affinché tale riduzione non avvenga. Vi sono Atenei che hanno utilizzato bene la loro autonomia ed altri meno bene.

Vi sono Atenei che hanno investito per migliorare i servizi agli studenti e le infrastrutture di ricerca, altri hanno soltanto assunto persone, talvolta calpestando il merito di altre.

Qui si entra nel vivo della questione, cioè lo smarcamento degli atenei virtuosi dagli scialacquatori. E' un dato importante, questo, che viene rimarcato anche successivamente con espresso richiamo alla legge che vieta di impiegare più del 90% delle risorse a propria disposizione per pagare gli stipendi. Legge che molte università hanno ignorato pur di assumere gli amici degli amici.

Gli effetti del taglio di finanziamento possono essere ricondotti a due tipologie differenti.

La prima riguarda quegli Atenei che hanno esagerato nelle assunzioni di personale ed oggi hanno un costo del personale che praticamente mangia tutta la loro dotazione statale. Questi Atenei, se la legge venisse mantenuta inalterata, sono destinati, chi subito, chi fra due - tre anni a fallire perchè non saranno più in grado di pagare i loro dipendenti.

La seconda riguarda quegli Atenei, come il nostro, che, pur avendo aumentato negli anni il loro personale docente, tecnico e amministrativo, sono stati attenti a non caricarsi da impegni di spesa troppo onerosi (il Politecnico di Milano ha spese fisse di personale pari al 67% di FFO a fronte di una media nazionale dell'86%) ed hanno utilizzato la differenza per investimenti in attrezzature, infrastrutture, creazione e miglioramenti dei servizi offerti.

Attenzione a questo punto che è molto importante e verrà sviluppato successivamente.

Di fronte a un taglio di finanziamento statale, questi Atenei non sono condannati al fallimento, ma dovranno ridurre spese e servizi. Chi, come noi, ha già fatto ogni tipo di razionalizzazione e di economia, dovrà cercare, in tutti i modi possibili, di mantenere la qualità di tutti quei servizi che vi fanno apprezzare il nostro Ateneo.

Io confido che, a meno di cataclismi economici, il Governo dovrà rivedere le sue decisioni, almeno nei riguardi di quegli Atenei che hanno dimostrato di saper bene gestire le risorse loro assegnate.

Ecco il punto. Su questo il Rettore ha ragione da vendere. Chi ha ben amministrato deve essere premiato. Sono gli istituti "allegri" che vanno puniti. Torneremo su questo nelle conclusioni, dopo aver analizzato la questione del turn-over.

La riduzione imposta dalla legge per il turn over nasce forse da un ragionamento meramente economico, ma non considera le conseguenze che sono devastanti per tutti.

Il ragionamento è il seguente: riduciamo le persone, così riduciamo il costo degli stipendi e quindi compensiamo con tale riduzione il minor finanziamento. [...] E' un ragionamento che combatto da 5 anni e che non è facile da contestare perché l'opinione pubblica è sempre più attenta agli aspetti negativi che le vengono presentati che a quelli positivi. La legge è devastante perché colpisce tutti indiscriminatamente e ingiustamente. Chi ha limitato il numero di assunzioni, chi ha fatto una programmazione attenta dei ricambi generazionali viene colpito irrimediabilmente.

In definitiva si deve combattere per modificare la decisione legislativa perché è profondamente ingiusta, perché taglia le gambe al ricambio generazionale, perché colpisce le aspettative dei giovani, perché va esattamente nel senso contrario al riconoscimento del merito, perché indebolisce in modo irreversibile l'università che, senza l'immissione di giovani, diventerà vecchia e obsoleta nel giro di pochi anni.

Dopo aver ribadito il concetto già espresso al punto uno, cioè che non è giusto che tutti paghino allo stesso modo, il Rettore appare molto meno convincente sulla questione del turn-over. Si fa un certo sfoggio di retorica sul ricambio generazionale e sui "giovani" mentre sarebbe meglio dire che ciò che preoccupa è la riduzione di personale per chi già sia stato attento a limitarlo. Sono i numeri dei dipendenti il punto, non certo l'innalzamento dell'età media di 2-3 anni, che non fa gran differenza. Anche qui da parte del governo sarebbe stato meglio colpire gli spreconi invece che generalizzare, comunque. Ma veniamo alle fondazioni private.

E' stato detto in molti interventi che l'articolo di legge che consente alle università statali di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato e non dice come e con la partecipazione di chi, che è talmente vago da essere non attuabile, che, con esso, si annuncia un cambiamento di strategia da parte del Governo nei riguardi del sistema della formazione e della ricerca italiano.

Quale privato può investire a fondo perduto?

Non vi sono altre alternative: in tutto il mondo le Università funzionano perché ricevono il loro prevalente fabbisogno finanziario o dalla Collettività Sociale o dalla contribuzione diretta degli Allievi.

E anche qui non possiamo che essere d'accordo. Abbiamo detto fin dal principio che la norma sull'ingresso delle fondazioni private era una bufala, e non solo nessun Senato accademico la voterebbe (serve la maggioranza) ma proprio nessun privato potrebbe entrarvi. Qui non stiamo parlando dell'Eni o di Luxottica, ma di enti in sostanziale perdita. Ma vediamo infine cosa si propone di fare.

Quello che bisogna fare subito, tutti insieme, riguarda soprattutto la politica interna degli Atenei. E' quanto mai necessario che ogni Ateneo risponda, il più rapidamente possibile, alle critiche che vengono mosse in modo generalizzato, o per dimostrare di esserne esente o per modificare i propri comportamenti.

Altro smarcamento, cui segue un'analisi delle critiche spesso assai giustificate che si muovono alle università. Come fare per uscirne?

Bisogna combattere per convincere tutti gli Atenei ad attivarsi in queste direzioni. Bisogna combattere perché alcuni imbocchino questa strada fin da subito, nella speranza di essere di esempio per gli altri. Bisogna mettersi in discussione di fronte al Paese all'insegna della trasparenza e dell'obiettività. Bisogna essere disponibili a confrontarsi con esperti del Ministero dell'Economia e delle Finanze sui propri bilanci e sui criteri di gestione adottati, superando ogni forma di autoreferenzialità.

E chiusura finale:

Se dovessero arrivare dal Governo segnali precisi di non disponibilità alla discussione sulla base delle linee che Vi ho indicato, allora sarà chiara la sua volontà di penalizzare anche gli Atenei più aperti al cambiamento ed i loro Rettori saranno costretti ad assumere tutte le iniziative necessarie per evitare la catastrofe dell'intero sistema universitario pubblico del Paese.

E qui veniamo anche alle nostre conclusioni, ma soprattutto ad aprire un dibattito serio e non da "tifosi" che coinvolga anche tutti voi lettori. La lettera del Rettore è ampiamente condivisibile per vari aspetti, in particolar modo quello del merito. Non è giusto che i virtuosi paghino per tutti e vanno fatti dei distinguo precisi. Per le stesse ragioni tuttavia è giusto che chi ha distrutto l'economia del proprio ateneo perché "tanto paga Pantalone", la paghi cara. Sono questi i cosiddetti baroni dell'università, di cui tanto si parla.

Questo deve essere il senso del turn-over e della riduzione del FFO, che di per sé possono anche essere validi strumenti di riassesto delle finanze pubbliche. In un'ipotesi virtuosa, infatti, un ateneo che abbia un surplus di personale con la Legge 133 può rimettersi in carreggiata e risparmiare molto più dei tagli che subisce. Certo dovrà rinunciare ad assumere il cugino del tale professore che è andato in pensione, ma siamo certi che sopravviverà. Invece lasciamo fuori dai tagli chi ha operato bene. Con quali criteri? Semplice, applicando la legge e premiando chi si sia mantenuto sotto il 90% del rapporto stipendi/finanziamento. I trasgressori invece siano bastonati.

A voi la parola.

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