Renzi, verso la Dc di Tambroni? Oggi c’è la Picierno, non Aldo Moro …

Sono passati oltre 54 anni dall’ultimo tentativo sconsiderato della destra (antidemocratica) italiana di fare andare indietro le lancette della storia affidando al democristiano Fernando Tambroni un governo raffazzonato tenuto in piedi esplicitamente dal Movimento sociale italiano, cioè dai fascisti di Giorgio Almirante.


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A dimostrazione che si può cambiare pelle, quel tentativo – un vero e proprio azzardo politico-costituzionale – fu tenuto a battesimo dall’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, cattolico diccì, ex antifascista, ex progressista.

La risposta di piazza – guidata dal Pci e dalla Cgil – culminò nella mezza rivoluzione antifascista del luglio ’60 (scontri durissimi con morti e feriti), una forte lezione per la DC che fu capace di una svolta storica, disarcionando Tambroni e affidando ad Aldo Moro l’apertura ai partiti laici di centro e l’avvio del dialogo con i socialisti di Nenni per quella che diventerà l’epoca dei governi di centro-sinistra.

Calma e gesso, come si dice. Non siamo oggi assolutamente in questa situazione. Ma la carica della polizia di ieri a Roma contro lavoratori e sindacalisti e gli attacchi fuori misura di esponenti renziani contro la Cgil alimentano un clima che può dare spazio a chi cerca, da più parti, il “tanto peggio tanto meglio”.

Con i partiti ridotti allo stato liquido e con la politica e le istituzioni a credibilità pari a zero, con un governo che regge con i voti di Berlusconi, la situazione può davvero degenerare, portando il Paese nel caos.

La Cgil ha commesso e commette errori ma un sindacato che ha fatto la storia d’Italia, lottando per i diritti dei lavoratori e per la democrazia, non va irriso da un governo marcato Pd. Non è un bluff Matteo Renzi o la Leopolda, ma tanto meno è un bluff la Cgil, ancora oggi la più grande organizzazione italiana, radicata e seguita ovunque, con oltre 5 milioni di iscritti (reali), capace di mobilitare milioni di persone, quando oggi i partiti faticano a riempire una sala con 400 posti, spesso solo interessati alle poltrone o al proprio business.

Renzi, in mancanza di una svolta immediata che recuperi il dialogo con le forze sociali e dimostri da che parte vuole portare il “suo” Pd, si troverà di fronte una piazza ostile, un vero e proprio muro cui sarà difficile non sbatterci contro. Il premier-segretario potrebbe scoprire la differenza che passa dall’opposizione di un Civati a quella della piazza.

Una protesta sociale sempre più ampia e profonda capace di trovare uno sbocco politico contro Renzi, quanto meno in una astensione dalle urne di dimensioni storiche. Se, come si dice, Renzi vuole rifare la Democrazia Cristiana, è venuto il momento che alla Leopolda, invece di studiare la claque e le battute, tornino a ripassarsi la storia.

De Gasperi fece la Dc, partito di centro che guardava a sinistra. Renzi vuole fare la rivoluzione con Berlusconi, la “vecchia volpe” che oggi sta al gioco del “rottamatore” ma che è sempre pronto a dire: “Renzi chi?”.

Non c’è dubbio che Renzi sta sparigliando i giochi. Si tratta di vedere, alla fine, a vantaggio di chi. La partita non finirà con un pareggio.

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