Renzi, pronto a fare “piazza pulita”?

Nello scontro interno al Partito Democratico (allargato alla Cgil) fra le minoranze interne e Matteo Renzi è il segretario-premier quello che parla chiaro, “fuori dai denti”.


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Lo stile del “rottamatore” è provocatorio, un vero “prendere o lasciare” su ogni questione sul tappeto, a cominciare dal Jobs Act, mettendo a dura prova i dissidenti, costretti a giurare il falso, cioè a ripetere che non usciranno dal partito per fondarne un altro.

Non è solo una questione di metodo, ma di sostanza politica, nella bilancia dei rapporti di forza che vede Renzi in grande vantaggio sui suoi competitori interni ed esterni al Pd. Il segretario-premier sa di avere in questo momento il coltello dalla parte del manico, le divergenze sui singoli punti lo interessano solo per un motivo: trovare il “casus belli” per incolpare le minoranze del Pd (e la Cgil) di ostacolare le riforme, puntando, se necessario, al voto anticipato in primavera, ottenere la legittimazione popolare per governare l’Italia con il 51% ottenuto con una legge elettorale-truffa.

A Renzi serve “ripulire” il Pd fin dentro ogni angolino, dimostrare agli italiani che fa quel che dice, liquidando davvero tutti i residui del passato (ideologici, politici e organizzativi) per una resa dei conti finale.

L’obiettivo non è affatto la rinascita della Democrazia Cristiana - partito ideologico, strutturato, ancorato a ideali e valori profondi – bensì realizzare pragmaticamente ciò che non è riuscito a Silvio Berlusconi: un partito personale capace non solo di conquistare consenso (la maggioranza degli elettori) ma anche di governare (da solo).

Nessun ostacolo a questo disegno di stampo peronista potrà venire dall’interno del Pd dove le residue speranze dei dissidenti cadono miseramente: Renzi non tratta con nessuno e su niente, addirittura deciso sul Jobs Act così com’è a mettere la fiducia alla Camera come già al Senato. In caso (non impossibile) di un ko del governo, tutti a casa e di corsa alle urne!

Così si sparge terrore nelle file dei parlamentari del Pd – a stragrande maggioranza di matrice “bersaniana-dalemiana “ – cancellati dalle liste delle candidature fatte da Renzi con lo stampino, a sua immagine e somiglianza.

Scrive Anselmo Del Duca: “ Se andassero a sommarsi una situazione di Vietnam parlamentare permanente, economia stagnante e popolarità in calo, Renzi avrebbe ottime ragioni per invocare le elezioni prima di trovarsi davvero ad annaspare. Un rischio calcolato, perché in assenza di avversari credibili la vittoria non sarebbe in discussione e gli consentirebbe di raggiungere molti obiettivi con una sola mossa: la propria piena legittimazione democratica, gruppi parlamentari di fedelissimi e l’azzeramento dei piccoli alleati centristi che lo condizionano. La tentazione di scatenare la tempesta perfetta si fa ogni giorno più forte”.

E Berlusconi? Acconsente. L’ex Cav si accontenta del mantenere caldo il Patto del Nazareno, gestire il ruolo di “alleato occulto”, salvando la faccia e le sue aziende. Renzi è davvero alla … “quadratura del cerchio”?

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