Quando Napolitano stava per concedere la grazia a Berlusconi

Lo racconta Angelino Alfano in un'anteprima del libro di Bruno Vespa.

Napolitano era davvero sul punto di concedere la grazia a Berlusconi. Lo racconta una delle - inevitabili quando si avvicina il periodo natalizio - indiscrezioni del libro di Bruno Vespa in uscita, in cui il protagonista è Angelino Alfano, narratore della vicenda. In quei convulsi giorni della decadenza, dopo la condanna definitiva nel processo Mediaset, Berlusconi è convinto che sia proprio Napolitano il regista del "colpo di stato" che ha portato al governo Mario Monti: siamo nell'agosto 2013, il Popolo della Libertà esiste ancora e il futuro ministro degli Interni è il delfino del Cavaliere.

Subito dopo la condanna, l'intero Popolo delle Libertà chiede la grazia al presidente della Repubblica, che qualche giorno dopo risponde con una nota in cui sottolinea come "tocca al presidente della Repubblica far corrispondere un esame obiettivo e rigoroso, sulla base dell’istruttoria condotta dal ministro della Giustizia, per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza".

Sono queste parole che fanno esplodere i retroscena sui giornali, sulla possibilità che una grazia per il Cavaliere possa davvero concretizzarsi. Bruno Vespa chiede allora a Berlusconi quali fossero le condizioni per la grazia: "Dimissioni da senatore e rinuncia all’attività politica", è la risposta. Una versione che viene però smentita da Angelino Alfano:

«Nel settembre 2013 chiesi un appuntamento al presidente della Repubblica e gli preannunciai al telefono che volevo parlargli della grazia. Preparai con Berlusconi l’incontro con Napolitano, che avvenne nella tarda mattinata del 24, alla presenza del segretario generale Marra che, come sempre, prese appunti. innovai formalmente a nome del Popolo della libertà la richiesta che Berlusconi fosse nominato senatore a vita, perché si è distinto in tre carriere: è stato l’uomo più longevo alla guida del governo italiano, il più giovane cavaliere del lavoro e il presidente della società di calcio che ha vinto il maggior numero di titoli internazionali.

Napolitano allora "dice quattro cose" sulla grazia: servono le dimissioni da Berlusconi prima del voto che sancisca la decadenza; si può rivedere la condizione che la grazia venga ufficialmente richiesta; si può diffondere un comunicato in cui si racconta che, nonostante la condanna, la biografia del Cavaliere "è molto più articolata"; c'è la disponibilità a fare un appello al Parlamento affinché ci sia un provvedimento di amnistia e indulto.

Non c'era quindi la rinuncia all'attività politica, ma solo la richiesta di dimissioni prima del voto. A questo punto il racconto torna ad Alfano:

Ero letteralmente entusiasta e corsi a palazzo Grazioli, convinto di portare a Berlusconi una notizia clamorosa. Ci incontrammo da soli. Lui si sedette alla scrivania del suo studiolo e prese nota con un pennarello di quanto gli dicevo. Poi mi chiese un parere sull’incontro. Gli dissi che la grazia, soprattutto se concessa senza domanda e con un motu proprio del presidente della Repubblica, non era affatto una mortificazione, ma un alto riconoscimento per quello che lui aveva fatto per il Paese. Benché graziato e senza più il seggio da senatore, avrebbe potuto esprimere liberamente le sue idee. Berlusconi mi ascoltò senza formulare un giudizio definitivo. In quel momento entrò Niccolò Ghedini. Disse che, di fatto, la proposta di Napolitano equivaleva a far ritirare Berlusconi dalla politica e che quello che a me appariva un grande risultato in realtà era il nulla.

Alfano è deluso, non capisce il perché di una presa di posizione del genere, dal momento che la decadenza avrebbe comunque comportato l'addio all'attività politica (cosa vera solo in parte, come i fatti di questi ultimi mesi hanno ampiamente dimostrato). Come che sia, a quel punto la decisione di lasciar perdere il capitolo grazia fu presa. E Berlusconi disse: "Andiamo a pranzo".

Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi

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