La Caduta del Muro di Berlino. Che, però, è stato abbattuto

Caduta del Muro di Berlino. Un'intera narrazione storica si basa su una parola che deforma la realtà e attribuisce

Caduta del Muro di Berlino

Caduta del Muro di Berlino – Oggi ricorrono i 25 anni dall'abbattimento del Muro di Berlino. L'evento, che ricordiamo, naturalmente, anche su Blogo, è stato celebrato un po' ovunque. Persino Google ha dedicato uno dei suoi loghi speciali (i ben noti Doodle) a quel 9 novembre 1989 che resterà per sempre nella storia.

Trovo significativo che la chiave di ricerca scelta da Google sia, in Italia, Caduta del Muro di Berlino (tutte le maiuscole sono gentilmente offerte dal motore di ricerca) e in lingua anglofona, per esempio, Fall of the Berlin Wall.

Non è un caso: Google intercetta – o tenta di intercettare – le parole chiave con cui le masse si riferiscono a personaggi, eventi, fatti, notizie. E con il muro fa bene. Nel senso che è così che ci si riferisce a quell'evento storico. La Caduta del Muro di Berlino. E così tutti noi, pecoroni alla ricerca del piazzamento, veniamo indotti ancora una volta a usare quelle parole. Certo, nel caso specifico non serviva nemmeno Google.

Ma il Muro di Berlino non è Caduto. È stato Abbattuto.

La differenza è sostanziale, non solamente formale o linguistica. Se credete, con me, che l'uso delle parole nell'informazione, così come nella storia, sia fondamentale, ne converrete.

Anche perché l'uso delle parole può informare, confermare o deformare.

La confermazione – l'uso del termine religioso è voluto – avviene tutte le volte che si deve perseguire uno scopo altro rispetto al racconto dei fatti: elogiare le caratteristiche di un prodotto, dare ai propri lettori sempre quel che si aspettano (esempi: notizie per cui indignarsi, fatti che si presumono o si fingono incredibili, linee editoriali costruite ad hoc per nicchie più o meno ampie come, tanto tempo fa, i berlusconiani e gli antiberlusconiani, notizie che servono a costruire più che altro l'autorevolezza e la personalità del giornalista, eccetera), portare avanti un pensiero monolitico (per esempio, l'azzerbinamento al Governo Renzi con la pubblicazione acritica delle slide di una riforma).

L'informazione è quella cui noi giornalisti – ma anche gli storici – dovremmo tendere. Con tutte le difficoltà del caso, oggi che la verifica delle fonti è un miraggio. E con onestà nei confronti del lettore, che deve sapere di aver a che fare con altri esseri umani, con idee personali, inclinazioni, preferenze e via discorrendo.

La deformazione si ha quando le parole cambiano il modo di percepire un evento. Non solo quando si fa disinformazione. Anche quando si informa con parole che edulcorano, appiattiscono, svicolano dal punto focale. Ne vediamo a iosa, di disinformazione, e con un po' di esercizio si riesce a distinguerla. Ma la deformazione è molto più complessa, subdola e strisciante. Si può deformare parlando di dati in maniera parziale. Si può deformare comunicando per slogan o con brevi messaggi da 140 caratteri e impedendo di fatto l'approfondimento. Si può deformare usando le parole quasi-giuste.

Il caso della "caduta del Muro" è emblematico.

Nelle due Germanie, l'evento venne indicato con due parole distinte: Wende (cambiamento) andava per la maggiore in Germania Ovest. Nella DDR, invece, si parlava di rivoluzione pacifica, come spiega Euractiv.

Dove si legge anche la medesima osservazione che ispira questo pezzo. Ma proposta da Lothar de Maizière, ultimo Presidente della DDR, che, alla Radio Deutschlandfunk, lo scorso 2 novembre, ha parlato del "Wende", del cambiamento:

«È stata la parola che ha utilizzato Egon Krenz [ultimo segretario generale nel 1989, della SED] la sera del 18 ottobre, quando Erich Honecker [secondo Segretario generale del Comitato Centrale della SED, partito socialista unificato della Germania Est, dal 1971 al 1989]. si è dimesso». Ma voleva dire cambiamento all'interno del sistema, non superando il sistema stesso»

.

De Maizière ha precisato anche che il termine "caduta del muro" non è accurato:

«Il Muro non è caduto. È stato distrutto da dimostrazioni, a Lipsia, a Plauen, a Berlino»

Perché è così importante? Perché quell'evento storico, certamente cruciale per la fine della guerra fredda e l'inizio di qualcos'altro, che poi sarebbe il mondo come lo conosciamo oggi, viene troppo spesso individuato come evento unico che rappresenta la fine scontata di qualcosa (anche se non si sa bene cosa), probabilmente la fine di quel Secolo breve magistralmente descritto da Eric J. Hobsbawm. Quell'evento storico viene traslato in altri settori del sapere e del pensiero umano. Semplificato, banalizzato, decontestualizzato, utilizzato, infine, come simbolo naturale della morte delle ideologie. O meglio – ma questo non viene detto, sempre per quel processo deformativo – della vittoria di un'ideologia sull'altra.

Restituire all'evento la sua origine artificiale farebbe tanto bene alla storia e anche al pensiero. Il Muro di Berlino è stato abbattuto. Non è successo da un giorno all'altro, non è andata così, non è che non potesse andare diversamente: c'era la politica che operava, c'era la contemporaneità di quegli anni che spingeva per un cambiamento. Ma il cambiamento c'è stato all'interno del sistema, non superando il sistema stesso. Chi racconta la "caduta" come messaggio positivo di solito è anche chi pensa che "cambiamento" sia sinonimo di "miglioramento". Una falsità.

Il Muro di Berlino è stato abbattuto, le divisioni sociali no. Riappropriamoci delle parole per approfondire i significati degli eventi storici. È un anticorpo molto utile contro le semplificazioni e il pensiero unico: un muro non è un essere vivente. Non muore, non cade da solo: ci dev'essere una causa. Conoscere quella causa significa conoscere la storia e riuscire a costruire idee su basi solide, non sul terreno argilloso degli slogan e delle parole chiave. Significa mettere un altro tassello per capire che le ideologie non sono morte. Sono vive e vegete, e ci governano.

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