Come si sostiene economicamente lo Stato Islamico?

Lo Stato Islamico vende sul mercato nero il petrolio estratto dai pozzi che controlla: ma chi lo compra?

Se un potenziale acquirente di ottimo petrolio iracheno si trovasse di fronte un interlocutore pronto ad offrirglielo ad un terzo del valore di mercato probabilmente l'unica domanda che si farebbe sarebbe:

"Perchè no?"

E' così che lo Stato Islamico fa cassa, è così che il complesso ed efficiente sistema di welfare del Califfato si nutre e si ingrossa: il mercato nero del petrolio non è mai stato così fiorente come negli ultimi mesi ed è proprio qui che, in questo periodo, si possono fare gli affari migliori.

L'ultimo allarme arriva dal Ministro delle Finanze iracheno Muwafaq Taha Izz al-Din Al-Houri il quale domenica ha dichiarato all'agenzia stampa russa Ria Novosti che il milione di dollari giornaliero che lo Stato Islamico incassa (dato del Tesoro Usa) arriva proprio dal mercato nero del petrolio.

Secondo il ministro iracheno (una fonte che va presa con le dovute misure ma che, altrettanto, è certamente autorevole) grazie alla conquista dei campi petroliferi e delle raffinerie nella provincia di Kirkuk, nel nord dell'Iraq, lo Stato Islamico si è aperto la possibilità enorme per la produzione di petrolio: a margine di una conferenza internazionale in Bahrain, dove molti esperti si sono riuniti per trovare una linea comune su come tagliare le fonti di approvvigionamento economico dei terroristi islamici, Al-Hoori ha rivelato il prezzo al barile proposto dai broker dell'IS: 20 dollari (oggi le quotazioni ufficiali del Brent vanno oltre gli 84 dollari).

I dati dell'intelligence tedesca contrastano però quelli del Tesoro americano e parlano di capacità estrattive del Califfato che possono arrivare fino a 28mila barili di greggio al giorno, un dato che dimezzerebbe le stime americane sui proventi del mercato nero. A questi però va aggiunta una riserva che ammonterebbe tra i 2,5 e i 3 milioni di barili (che è come avere denaro in una banca che aumenta di valore giorno dopo giorno). Secondo quanto scrive Latindiplomatico, che cita analisti americani, gli undici giacimenti petroliferi in Iraq e la Siria sotto il controllo del Califfato vendono petrolio e altri prodotti attraverso vecchie reti istituite sotto il naso delle autorità curde, turche e giordane: i giornali sauditi (che sull'economia petrolifera sono ferratissimi) scrivono da giorni che oramai lo Stato Islamico entrato ufficialmente nel territorio del più grande mercante di petrolio del mondo, l'Arabia appunto, cosa che preoccupa non poco gli sceicchi di Riyad.

Secondo Foreign Policy (che cita uno studio delle Nazioni Unite) lo Stato Islamico ha le forze economiche, culturali, ideologiche e militari per andare avanti con la jihad per anni: anche i sequestri sono fortemente remunerativi per la jihad del Califfato (135mila dollari al giorno, tra i 35 e i 45 milioni di dollari incassati da inizio anno), come anche il controllo di centinaia di tonnellate di grano, una riserva che con l'arrivo dell'inverno rappresenta vero e proprio denaro sonante. A questo si aggiungono le donazioni che copiose sono arrivate nelle casse dell'Isis da ogni angolo della terra (Italia compresa).

Certo è che da settembre sembrerebbe essersi ridotta la capacità dello Stato Islamico di "fare affari": i bombardamenti americani sulle raffinerie e sui pozzi nel nord della Siria e dell'Iraq hanno diminuito ad un terzo (da 3 a 1) gli incassi giornalieri, che pure restano copiosissimi.

Chi compra il petrolio dell'ISIS?


On June 26, 2014, DigitalGlobe's QuickBird Satellite captured this image over Baiji, Iraq, showing the countrys largest oil refinery on fire.

Paradossalmente (ma la storia è piena di questi paradossi) gli acquirenti più interessati al petrolio dell'ISIS sono i suoi nemici più grandi: la Turchia, la comunità curda in Iraq e sopratutto il regime siriano di Bashar al-Assad. A lanciare le pesantissime accuse è stato il sottosegretario al terrorismo e l’intelligence finanziaria degli Stati Uniti David Coen, che alla fine di ottobre ha tenuto un discorso alla Carnegie Foundation (qui il testo integrale, ne consigliamo caldamente la lettura).

Le accuse di Coen sono state rispedite al mittente, praticamente in tempo reale, sia dal governo di Ankara che da alcuni funzionari curdo-iracheni:

"La Turchia combatte il contrabbando di petrolio con determinazione [...] ci aspettiamo che (gli Usa, nda) condividano con noi le loro fonti d’intelligence e non che accusino pubblicamente."

ha detto Tanju Bilgiç, portavoce del ministro degli Esteri turco, mentre i curdi giuravano di produrre loro stessi petrolio e di venderlo, un business definito "alternativo a quello dell'Isis" dagli stessi curdi. Ma la verità è forse un'altra: secondo quanto riporta BasNews (autorevole network curdo) il governo regionale del Kurdistan iracheno avrebbe ordinato l'arresto di 360 persone con con l'accusa di coinvolgimento nel contrabbando di petrolio con i miliziani dell'Isis.

Il Kurdistan Tribune rincara la dose e racconta come, grazie al lavoro di giornalisti locali ed agenti della CIA, sia stato possibile far emergere una larga fetta del mercato nero tra Isis e curdi iracheni, che agli islamisti vendono auto in cambio di petrolio e gas: i nomi più altisonanti sono quelli di Nehad e Hemdad Bazani (fratellastri di Mas'ud Barzani, Presidente del Kurdistan Iracheno), entrambi con posizioni di primo piano nel KDP (Partito Democratico del Kurdistan) e noti in passato per gli affari d'oro fatti con il governo di Baghdad retto da Saddam Hussein (ma anche in occidente abbiamo fatto affari con Saddam, basti ricordare lo scandalo Oil For Food).

Altro nome autorevole nella compravendita di petrolio e gas con l'Isis è quello di Aras Sheik Changi, cugino dell'ex Presidente dell'Iraq Jalal Talabani, membro del PUK dal 1980 (Unione Patriottica del Kurdistan, fondato dal cugino) dalle ottime conoscenze internazionali. Anche Mahmud Sangawi, altro autorevole membro del PUK, è accusato di compravendite illecite con i terroristi dello Stato Islamico, così come anche due grosse concessionarie d'auto di Erbil, Sardar Group e Bakhtyar Yahya e persino il capo della polizia di Kirkuk Sarhad Kadir, il leader del PUK Rizgar Ali e un parente stretto del sindaco di Kirkuk.

Uno scandalo che rischia di far saltare il tappo della "fragile ma necessaria stabilità" politica del Kurdistan e, di conseguenza, il consenso e l'appoggio militare ai Peshmerga, che ogni giorno ed ogni notte combattono e rischiano la vita contro la barbarie dello Stato Islamico.

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