Palestina, Terza Intifada: Barghouti invita ad una nuova resistenza armata

Lo scoppio della Terza Intifada pare non essere più solo un'ipotesi giornalistica. La lettera di Marwan Barghouti, diffusa ieri dai media palestinesi, lascia presagire che una nuova rivolta è già in corso e che potrebbe ulteriormente deflagrare nei prossimi mesi.

Il leader palestinese, attualmente recluso in un carcere israeliano dove sta scontando 4 ergastoli, ha detto chiaramente che è arrivato il momento di una "resistenza armata contro l'occupazione" per difendere "l'eredità di Arafat". Inoltre, Barghouti si è anche rivolto direttamente al presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (Anp), Abu Mazen, esortandolo a porre fine "alla cooperazione di sicurezza con Israele perché questa rafforza l'occupazione" dello Stato ebraico.
Palestinian Fatah leader Marwan Barghout

Chi è Barghouti e perché parla ora


Barghouti, 55 anni, è l'ex capo dei Tanzim di Al Fatah, braccio armato della fazione fondata da Arafat, di cui fa parte lo stesso presidente Abu Mazen. Si è dimostrato favorevole agli accordi di pace di Oslo (1994), che gli hanno permesso di tornare dall'esilio dopo essere stato arrestato alla fine della prima Intifada (1987). In seguito all'elezione al Consiglio legislativo Palestinese (1996), per un certo periodo, supportato da grandi doti oratorie, difende il processo di pace. Successivamente è protagonista della seconda Intifada (2000) e viene arrestato dall'esercito di Tel Aviv con l'accusa di aver ordinato omicidi con finalità terroristiche. Ovviamente durante il processo non riconosce l'autorità del tribunale israeliano e rifiuta di difendersi.

Il suo invito alla resistenza armata di ieri è arrivato in un momento topico. Se da un lato Hamas e Fatah sono nuovamente ai ferri corti, dopo le intimidazione degli islamisti della scorsa settimana, dall'altro nei territori occupati e a Gerusalemme si moltiplicano gli attentati e le ribellioni contro il governo di Tel Aviv, che alterna provocazioni religiose, leggi discriminatorie e costruzioni di nuove abitazioni coloniche.

Questa ribellione, però, non riesce ad essere domata da Abu Mazen, sempre più impopolare tra la gente dopo l'operazione Margine Protettivo a Gaza, portata a termine dal governo di Benjamin Netanyahu. D'altro canto Hamas, con cui Barghouti ha evitato lo scontro frontale, in questo momento non appare così forte. Da un lato fomenta attentati e dall'altra ha bisogno dell'Anp per portare fondi nella Striscia dove l'emergenza profughi è altissima. Per questo motivo, il leader palestinese in carcere sa che può essere lui l'unico a raccogliere il malcontento diffuso. E i sondaggi sono dalla sua parte, visto che è il politico più stimato tra la sua gente.

L'Intifada ai tempi dei social network


La nuova ribellione per ora è stata caratterizzata da due fattori fondamentali: l'assenza di un progetto politico preciso e le modalità di lotta rudimentali. I ragazzi che partecipano alle violenze non hanno una precisa connotazione, mescolano sentimenti di orgoglio nazionale, jihadismo e rivendicazioni sociali. Il sentimento predominante che li guida sembra essere la disperazione e il disincanto provocato da una vita "in trincea". La loro rabbia si esprime con accoltellamenti, attentati con automobili sui civili, lancio di pietre.

Nei loro atti non si può rintracciare una pianificazione. Entrano in contatto sui social network, dove riversano tutta la loro rabbia. Non sono arruolati direttamente da fazioni combattenti, anche se con queste possono poi entrare in contatto. A tale riguardo Hanan Ashrawi, già ministro dell'Anp, ha dichiarato che la cifra della nuova ribellione "è la disperazione, è la frustrazione che anima migliaia di giovani costretti a sopravvivere circondati da Muri o imprigionati a Gaza" (cit.Huffington Post). Ed ha aggiunto, come riportato dall'Indipendet, che Tel Aviv dovrebbe prendersi le sue responsabilità in merito: "La gente subisce provocazioni oltre ogni limite. Siamo stati contro la violenza fin dall'inizio, ma Israele sembra pensare che si può agire contro i palestinesi impunemente".
ISRAEL-PALESTINIAN-JERUSALEM-AL AQSA

Dalla Spianata al rogo della moschea in Cisgiordania


La decisione di chiudere la Spianata delle moschee a Gerusalemme, disposta dopo il ferimento del rabbino nazionalista Yehudà Glick, è stato il momento in cui era chiaro che si era davanti una svolta cruenta, anche se ovviamente gli scontri con il governo Netanyahu erano incominciati precedentemente. Ad annunci di nuove colonie, a ritorsioni, al verificarsi di uccisioni nei territori di civili da parte dell'esercito israeliano si susseguivano attentati da parte di giovani palestinesi a Gerusalemme, sempre più ghettizzati e impotenti davanti a misure di sicurezza crescenti.

Nelle ultime 24 ore, poi, la tensione è tornata molto alta. Ieri un palestinese di Nablus, il 25enne Nur a-Din Hashiya, ha accoltellato un militare israeliano alla stazione di Tel Aviv. In seguito, un altro palestinese, Maher Hashlamoun di 30 anni, ha aggredito tre persone con un coltello nella colonia di Alon Shvot, uccidendo una donna di 25 anni. Per tutta risposta, in una spirale di sangue senza fine, l'esercito israeliano oggi ha ucciso un giovane palestinese, nel corso di scontri nel campo profughi di Al-Arroub.

Per finire, è di poche ore fa la notizia che una moschea in Cisgiordania, nel villaggio di al-Mughayr, è stata data alle fiamme la scorsa notte. Secondo un'inchiesta della polizia palestinese i responsabili del rogo sarebbero i coloni israeliani. In risposta a questo atto, a Shefamr, è stata scagliata una moltov contro una sinagoga.
PALESTINIAN-ISRAEL-CONFLICT-WEST BANK

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