Golfo: Intesa tra le petromonarchie. Ambasciatori tornano in Qatar

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Ieri, a Riad, è stato raggiunto un accordo tra le petromonarchie del Golfo, che dopo una crisi durata nove mesi hanno deciso di riallacciare le relazioni diplomatiche. Ricordiamo, a tale riguardo, che Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein avevano ritirato i loro rispettivi ambasciatori dal Qatar nel marzo scorso.

A suggellare la ripresa dei rapporti con l'emirato qatarino è anche la decisione di confermare il vertice annuale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) il 9 dicembre a Doha, come era già stato predisposto prima della spaccatura primaverile. Evidenziamo, inoltre, che la svolta diplomatica è arrivata grazie ad un alacre lavoro di mediazione svolto dal Kuwait.


Ma cosa aveva prodotto la crisi? E perché ora si è arrivati ad una ricucitura dei rapporti?

Le primavere arabe cambiano gli equilibri


Ufficialmente Riad, Abu Dahabi e Manama hanno ritirato gli ambasciatori per una mancata applicazione, da parte del Qatar, di un accordo di sicurezza del Ccg, stipulato nel 2012. Ma In realtà, la rottura con il paese guidato dall'emiro Tamim bin Hamad al-Thani era incominciata già da qualche anno.

Per l'esattezza, i dissensi avevano avuto inizio nel 2011 con il deflagrare delle primavere arabe. L'Arabia Saudita, da sempre in relazioni con i movimenti salafiti vicini all'ex presidente egiziano Mubarak, non videro di buon occhio la nascita della protesta. Doha, invece, prese una posizione opposta, rinsaldando i rapporti con la Fratellanza Musulmana. Ciò non avvenne solo in Egitto, ma anche in Tunisia dove il movimento islamico svolse un ruolo fondamentale nella cacciata di Ben Ali.

Quello che accadde subito dopo le proteste sembrò offrire al Qatar un nuovo protagonismo, a scapito del'Arabia Saudita. L'elezioni di Morsi in Egitto, la difficile situazione che viveva Assad in Siria, la nascita delle milizie jihadiste libiche, sempre appoggiate da Doha, lasciavano presagire un cambio di scenario internazionale, dove l'emirato avrebbe giocato un ruolo centrale.

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nella foto manifestanti pro al-Sisi bruciano bandiera del Qatar davanti all'ambasciata

Riad, dal canto suo, per questioni ideologiche ed economiche, non poteva certo appoggiare la Fratellanza. Il gruppo, infatti, si oppone apertamente al regime saudita e, dopo l'elezione di Morsi in Egitto, ha incominciato a parlare a nome di tutto l'Islam. Per questo motivo, l'Arabia Saudita ha appoggiato il colpo di stato a Il Cairo e ha promosso l'ascesa al potere Abdel Fattah al-Sisi. Da allora, insieme agli Emirati, è intervenuta a sostegno dei filogovernativi in Libia e ha appoggiato qualsiasi spinta repressiva nei confronti degli islamisti (compresa l'azione militare di al-Sisi nel Sinai per fermare Ansar Beit al-Maqdi, collegato alla Fratellanza).

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che l'Arabia Saudita, in un primo tempo, non era estranea al finanziamento delle nuove milizie islamiste che si diffondevano in Medio Oriente e nel Maghreb. Evidenziamo, a tale proposito, che quando il problema per Washington in Siria non era l'Is (Stato Islamico), ma il presidente al Assad, Riad e gli stessi Stati Uniti hanno rifornito di soldi e di armi gli islamisti del Califfato (che in parte ora stanno sussumendo sotto la loro influenza anche la Fratellanza).

Il Qatar tratta alle sue condizioni


Ora lo scenario internazionale è mutato e l'emiro al-Thani ha dovuto rivedere il suo smaccato attivismo per "l'islamismo ribelle". Non senza ottenere, però, degli importanti risultati strategici ed economici, maturati in virtù della posizione che ha assunto in precedenza. E l'accordo del Ccg va letto proprio entro questo contesto. Infatti l'emirato (come vi abbiamo ampiamente spiegato in occasione della visita del nostro viceministro degli Esteri Pistelli a Doha) è riuscito astutamente a speculare sulla guerra al terrorismo, ritornando a trattare con gli altri paese del Golfo e con l'occidente da una posizione di forza.

Da un lato ha sviluppato un giro di affari milionario con Gran Bretagna, Francia e Italia, mentre dall'altro si è posto in una posizione di cerniera tra l'occidente e le milizie jihadiste. Così, paradossalmente, succede che dalla base militare al Udeid, nel deserto del Qatar, partono parte dei cacciabombardieri americani impegnati nei raid in Siria e Iraq, mentre al-Thani tiene aperto un canale di comunicazione con i miliziani dell'Is.

In cambio di questa posizione di "frontiera", poi, punta al silenzio della comunità internazionale sul giro di tangenti con i quali il Qatar si sarebbe aggiudicato il torneo della Coppa del Mondo di calcio del 2022 (la Fifa pare proprio che non abbia voglia di danneggiare l'emirato).

Inoltre, proprio oggi, Amnesty International ha denunciato il paese di incentivare una legislazione che sfocia in una vera e propria liberalizzazione al lavoro forzato. In questo contesto è stato creato una figura del datore di lavoro che diventa responsabile dello status sociale e del visto. Inoltre, sempre il datore di lavoro, in base alla normativa, può vietare l'uscita dai confini nazionali ai sui sottoposti.

A tale riguardo Sherif Elsayed-Ali, responsabile Amnesty dei diritti di migranti e rifugiati, ha dichiarato: "Nonostante le ripetute promesse in vista della Coppa del Mondo, il governo del Qatar non ha ancora attuato nessuno dei cambiamenti più importanti, come l'abolizione del permesso di uscita e la revisione del sistema di sponsorizzazione abusiva".

BRITAIN-BUSINESS

Ma di fronte a tutto questo l'occidente appare sordo, come appare sordo rispetto alla sistematica violazione dei diritti umani in Arabia Saudita. Ma infondo chi vorrebbe mettersi contro una nazione che sta per comprarsi Canary Wharf, il nuovo distretto finanziario londinese (nella foto), o che ha così stretti rapporti con la nostra Eni? Poco importa se poi il Qatar continuerà a fare il doppio gioco con all'Is e se continuerà a non rispettare i diritti fondamentali.

© Foto Getty Images - Tutti i diritti riservati

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