Egitto: "Combattiamo terrorismo, anche a scapito dei diritti umani. E Renzi ci capisce"

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Quello che ha detto il ministro dell'Industria e del Commercio egiziano, Mounir Fakhry Abdel Nour, alla vigilia della visita del presidente Abdel Fattah al-Sisi in Italia, è gravissimo. In un'intervista all'Ansa, il politico ha afferrmato: "L'Egitto è in guerra e deve saper scegliere le sue priorità. E in questo momento difficile ed eccezionale, la priorità è combattere il terrorismo, anche a scapito dei diritti umani". Inoltre, ha aggiunto che la visita di Matteo Renzi nello scorso agosto a Il Cairo ha avuto la funzione di "assicurare la cooperazione e il sostegno politico al nostro paese, è il minimo che si possa fare davanti alla minaccia del terrorismo in tutta la regione, invece di lanciare accuse, come fanno alcuni Paesi del nord Europa che non capiscono o non conoscono la situazione" (con riferimento al mancato rispetto degli oppositori e dei loro diritti).

E a chi gli domanda se, quanto meno, in Egitto venga rispetta una distinzione tra dissenso e terrorismo, Adel Nour risponde qualcosa di agghiacciante: "Certo, un attivista non è per forza un terrorista. Ma quando si mescolano diventa pericoloso. Per esempio nelle università (dove decine di studenti sono stati arrestati dall'inizio dell'anno accademico, ndr), ci proviamo, ma è difficile distinguere tra attivisti e terroristi. Se non agiamo ci dicono che siamo deboli, se lo facciamo ci accusano di non rispettare i diritti umani".

Evidenziamo che Al-Sisi verrà a Roma per rafforzare la partenership commerciale con il nostro paese. Discuterà di nuovi investimenti con l'Italian-Egyptian Business Council, co-guidato da Mauro Moretti, ceo della nostra industria della difesa, Finmeccanica. Forse amplierà la cooperazione con Edison, alla ricerca di petrolio e gas in Abo Qir, e il trasferimento di tecnologia italiana in Egitto. Infine, si discuterà di turismo, visto che Il governo de Il Cairo ha deciso di rilanciarlo, nonostante le condizioni di insicurezza che affliggono il paese. Non vogliamo qui discutere le logiche che presiedono a questo genere di accordi, anche se è ovvio che la questione del rispetto dei diritti umani, politici e ambientali non può essere disconnessa da una seria interrogazione sugli investimenti e gli scambi internazionali.

Quello che invece vorremmo sapere, e con una certa urgenza, è qual è la posizione del nostro Presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri, Gentiloni, rispetto alle parole di Adel Nour. Ovvero, quale politica intendono perseguire rispetto ad un paese che dice chiaramente che si possono violare i diritti fondamentali dei cittadini.

Ci siamo occupati di Egitto diffusamente e abbiamo cercato di farlo in maniera equilibrata, non tacendo i crimini commessi dalla Fratellanza Musulmana, ma nemmeno sorvolando sul regime di polizia che ha messo in piedi l'attuale presidente al-Sisi. Tuttavia, davanti alle esternazioni del ministro dell'Industria non possiamo non concentraci sulla natura e sul ruolo che svolge il suo governo.

Il ruolo dell'Egitto


Al-Sisi è salito al potere con elezioni svoltesi in un clima da dittatura militare, in seguito ad un colpo di Stato nel 2013 quando, in qualità di capo delle forze armate, diede vita ad una furente repressione che portò all'uccisione di 700 manifestanti legati all'ex presidente Morsi. Da allora ha usato il pugno di ferro, non solo contro i nemici della Fratellanza, ma anche contro qualsiasi forma di dissenso interno. L'ultima misura, che va in questa direzione, è il decreto presidenziale (n.136/2014), che dispone che le strutture pubbliche (comprese le università) siano messe sotto la giurisdizione militare. Inoltre, il dispositivo prevede che le forze armate debbano offrire supporto alla polizia nella messa in sicurezza delle medesime strutture. Tale operazione, per Human Rights Watch, equipara il dissenso al terrorismo e produrrà un aumento di civili giudicati dalle corti militari.

Il presidente egiziano ha reagito alle milizie jihadiste con decisione, proclamando lo stato di emergenza nel Sinai (e il conseguente sfollamento di 1500 famiglie). Ciò è avvenuto in risposta ad un attentato del gruppo armato, collegato alla Fratellanza, Ansar Beit al-Maqdi, che con un attentato ha provocato la morte di 33 militari. Tale gruppo riscuote adesioni tra le popolazioni emarginate del nord della penisola (compresa la minoranza beduina), e ha giurato nell'ultimo periodo fedeltà all'Isis.

L'Egitto, così, è divento un partner strategico dell'occidente e dei paesi del Golfo, nemici della Fratellanza, contro il terrorismo. Ricordiamo, a tale riguardo, che l'Arabia Saudita si è schierata con al-Sisi l’anno scorso, finanziandolo con ingenti somme di denaro e offrendogli aiuti in prodotti petroliferi. Inoltre, Il Cairo "ha libertà di fare guerra nel Maghreb" (cosa che la Nato ora preferisce non fare direttamente). Per questo motivo è intervenuto attivamente nel conflitto regionale in Libia, a sostegno dei filogovernativi e contro le milizie di Ansar al-Sharia.

Carta bianca ad al-Sisi?


Tuttavia, nonostante una politica così muscolare, a livello nazionale e internazionale, al-Sisi non è riuscito a frenare la guerra (termine opportunamente usato anche da Nour) intestina. Gli attentati nel paese si sono moltiplicati , così come gli omicidi politici. In Libia, poi, il suo interventismo è stato fallimentare. Dopo la decisione della Corte Suprema libica di destituire il parlamento "legittimo", il paese è ancora spaccato. E l'Egitto, che doveva fermare l'avanzata dell'Isis, deve prendere atto che i miliziani jihadisti sono riusciti ad arrivare alle porte di Tripoli.

Bene, data la situazione, quello che verrebbe da chiedere al nostro governo è se veramente ritiene che al-Sisi rappresenti un fattore di stabilità per l'area mediterranea. Se è opportuno puntare su un altro Gheddafi o, meglio, su un despota che si sta dimostrando peggio dell'ex presidente Mubarak.

Inoltre, l'Italia sta vincolando i suoi accordi commerciali con Il Cairo al rispetto dei diritti fondamentali? O preferiamo far finta che nulla stia accadendo nel paese nord africano? E che senso ha parlare, come ha fatto Gentiloni, di "forze di interposizione nell'ambito di una missione di pace" in Libia, quando lo stesso presidente egiziano, a France 24, continua a dire che “la comunità internazionale, l’Ue e gli Usa, devono aiutare l’esercito nazionale libico a riconquistare la sua posizione e combattere il terrorismo in Libia per ripristinare la sicurezza e la stabilità”?

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