Matteo “non sta sereno”. Il flop delle regionali manda in tilt la strategia di Renzi

Il flop del Pd nelle mini-regionali di domenica scorsa dimostra che l’obiettivo di Matteo Renzi di prendere voti nell’area moderata delusa e disorientata tenendosi l’elettorato tradizionale di sinistra è fallito.

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La coperta del premier-segretario è corta, puntando al centro si perdono i vecchi elettori e non se ne conquistano di nuovi. Pur con le specificità regionali questo risultato ha oggi una valenza politica nazionale che mette in stato di pre crisi la strategia renziana del Patto del Nazareno (Forza Italia si sta prosciugando) e dell’agognato Partito della Nazione.

Con questo livello di astensionismo (in Emilia c’è stato il tonfo storico, da una affluenza dell’89,9% nel 1995 al 37.67%!) in proiezione nazionale nessun premier e nessun governo reggerebbero.

Il problema, quindi, esiste e pesa come un macigno sulla via renziana al cambiar verso al Pd e all’Italia. Per cui pare davvero superficiale, se non azzardata, l’analisi di Renzi nell’esultare di fronte a una realtà tutt’altro che in mano al premier-segretario: serve invece una riflessione autocritica sia nel metodo (dileggiare, mortificare e umiliare chi critica non paga), sia nel merito (da una parte l’amoreggiare con Berlusconi e dall’altra la guerra ai “gufi” e alla Cgil produce quanto meno smarrimento), senza la quale il voto di domenica scorsa è solo l’anticipo di quel che accadrà presto.

Gli italiani, non solo gli emiliani e i calabresi, non credono più in questa politica e in questi politici e lo stesso Renzi e il suo governo vengono recepiti come “problema” e non come la soluzione ai problemi del Paese. Gli italiani guardano ai fatti, cioè alle loro tasche: oggi con Renzi non si sta meglio di prima e questo è quel che conta per far fare a tanti la scelta di non andare alle urne. Un segnale, un duro inequivocabile segnale di dissenso contro la classe politica tutta e in particolare contro chi ha in mano oggi il potere, cioè il Pd renziano.

Scrive sull’Avanti Mauro Del Bue: “Abbassare i toni, portare a casa qualche risultato concreto, dire gatto solo quando ce l’hai nel sacco, questo dovrebbe insegnare a Renzi la dèbacle emiliano-romagnola”. Già.

Ma Renzi è già partito a testa bassa con la grancassa, con i suoi a rincarare la dose, con superficialità e arroganza, peggio di prima. Un fatto è certo, la macchina renziana si è inceppata e se già prima era in difficoltà nell’affrontare il percorso delle riforme non si capisce cosa potrà fare adesso con da una parte Berlusconi malmesso per la debacle di Forza Italia (in esplosione) e dall’altra con la minoranza Pd (e la Cgil) con la baionetta in canna, più di prima.

Per Renzi, andare presto al voto politico è un rischio, ma non andarci è anche peggio: con la crisi economica che non passa e con le proteste sociali in aumento, premier e governo sono nella morsa con il rischio di un logoramento da ko. A questo punto non si può certo dire: “Matteo, sta’ sereno!”.

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