Paolo Gentiloni sulla Libia: "Se l'Onu ce lo chiede siamo pronti a intervenire"

Il neo-ministro degli Esteri intervistato da laRepubblica parla di Libia: "Se non c'è soluzione politica nessuna azione"

Nuovo intervento in Libia per mettere mano agli innumerevoli problemi del nordafrica post-Gheddafi?

E' una possibilità che il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, quasi fresco di nomina, non si sente di escludere, anche se quello libico è un quadro tutt'altro che semplice da interpretare.

Certo è che il caos libico preoccupa non poco l'Unione Europea e, sopratutto, il governo italiano, che con la Libia di Gheddafi (e l'Italia di Berlusconi) poteva vantare un rapporto privilegiato: mentre l'ex-premier, proprio ieri alla presentazione dell'ultimo libro di Vespa, parlava delle sue capacità diplomatiche in politica estera, arrivando addirittura a sostenere di aver "addomesticato Gheddafi" e mostrando una Libia del Colonnello molto differente da quella che era nella realtà ("i centri per immigrati avevano i bidet"), la redazione di Repubblica stava impaginando l'intervista al ministro sullo stesso delicatissimo tema.

Un tema, dicevamo, molto caro all'Italia: dalla Libia partono il 90% dei barconi di migranti, in Libia il Califfato ha molti adepti (pochi giorni fa alcuni miliziani con le vestigia dell'Isis si sono fatti fotografare a pochi chilometri da Tripoli, nella desertica provincia); gli aspetti economico-commerciali non sono poi di meno importanza, visto che in Libia lavorano moltissimi italiani, moltissime aziende italiane e comunque il Paese è un partner strategico dell'Italia.

Per questo il governo ha deciso di avvicinarsi pericolosamente all'Egitto dei militari di al-Sisi, con un occhio sempre attento alle Nazioni Unite, spiega Gentiloni:

"Non dobbiamo ripetere l'errore di mettere gli stivali sul terreno prima di avere una soluzione politica da sostenere. Ma certo un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l'egida Onu, vedrebbe l'Italia impegnata in prima fila. Purché preceduto dall'avvio di un percorso negoziale verso nuove elezioni garantito da un governo di saggi. [...] Saremo parte attiva nell' individuare una transizione politica unitaria cui subordiniamo l'eventualità di una presenza militare di peacekeeping."

Sul fronte dello Stato Islamico invece Gentiloni apre a tutti: il pericolo Califfato infatti, nelle parole del ministro, è dipinto come una priorità assoluta da affrontare in campo internazionale, con chiunque ci stia a porre fine all'avanzata dei jihadisti, Iran incluso.

"E' un impegno che ricade naturalmente anche sull'Italia, con i suoi ottomila chilometri di coste, ma tutta l'Europa è chiamata a farsi carico di affrontare questa minaccia. Non potremo più delegare gli americani, peraltro strategicamente meno interessati di noi alle sorti del Medio Oriente. [...] è impensabile un assetto equilibrato della regione senza coinvolgere l'Iran, non solo per il comune interesse contro il Daesh ma anche per l'influenza che Teheran esercita sulle comunità sciite."

ha detto il ministro.

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