Il caso Watergate: quei 784 giorni che hanno cambiato l'America (e il mondo)

40 anni fa le dimissioni di Richard Nixon, travolto dal caso Watergate: cosa rimane nel giornalismo, nella politica e nell'intelligence di quello scandalo?

Watergate Hotel

Il caso Watergate ha drasticamente cambiato il corso della storia americana, e del mondo, nel giro di appena due anni: la forza di quello scandalo, esploso nel 1972, portò l'allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon alle dimissioni nel giro di due anni e a radicali cambiamenti nell'amministrazione americana, nella sua intelligence e, in generale, nel mondo della politica a stelle e strisce.

Il caso prende il nome dal Watergate Hotel di Washington DC, un albergo allora sede del Comitato nazionale democratico, la principale organizzazione per la campagna e la raccolta fondi del Partito Democratico, in cui furono effettuate le intercettazioni che diedero il via allo scandalo.

Dopo la turbolenta vittoria elettorale del 1968 Richard Nixon era in piena galoppata di sondaggi, anche se sin dalla presidenza del democratico Johnson, dopo la morte di Kennedy, la guerra del Vietnam era cominciata a diventare molto impopolare nell'opinione pubblica americana, e la realpolitik incardinata dall'amministrazione Nixon in politica estera faceva discutere mezzo mondo.

In quel 1972 il popolo americano avrebbe votato la rielezione di Richard Nixon.

I fatti del Watergate Hotel

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Era la notte del 17 giugno 1972 quando la guardia di sicurezza del Watergate Hotel Frank Wills chiamò la polizia dopo aver notato per due volte un pezzo di nastro adesivo sulla porta fra il pozzo delle scale e il parcheggio sotterraneo.

La polizia quella notte arrestò cinque persone, Bernard Barker (un ex partecipante all'invasione della Baia dei Porci a Cuba nel 1961), Virgilio González ed Eugenio Martínez (due esuli cubani a libro paga della CIA), James W. McCord Jr. e Frank Sturgis, sorpresi per essere entrati clandestinamente al Comitato nazionale democratico. In verità era la seconda volta che si trovavano in quell'Hotel: vennero trovati in possesso di materiale elettronico per intercettazioni telefoniche, erano lì per riparare alcune microspie che si erano guastate.

Durante le perquisizioni della polizia sui cinque gli agenti rinvennero un taccuino sul quale era stato appuntato da McCord il numero di telefono di un importante dipendente della Casa Bianca: lo stesso McCord lavorava per lo staff elettorale di Nixon, essendo un membro del Comitato per rieleggere il presidente (CRP), anche se disse di essere un ex-agente della CIA in pensione.

L'ufficio stampa di Nixon minimizzò immediatamente l'accaduto parlando di un "furto di terz'ordine" andato male, una tesi che poteva benissimo reggere per l'opinione pubblica americana, che mai avrebbe potuto immaginare una strategia tanto aggressiva quanto scellerata, ma non per due reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, che cominciarono ad investigare sul caso, e per un procuratore distrettuale di Washington, che iniziò un'indagine sui rapporti tra McCord e la CIA.

Poi, il 23 giugno del 1972, nello Studio Ovale della Casa Bianca fu intercettata una conversazione tra Richard Nixon e il Capo di Staff della Casa Bianca, H. R. Haldeman, che discutevano su come ostacolare le indagini grazie all'aiuto della stessa CIA, che avrebbe "fatto credere" all'FBI che il caso riguardava la sicurezza nazionale e, dunque, l'intelligence.

L'8 gennaio 1973 gli scassinatori del Watergate Hotel, assieme a George Gordon Liddy e E. Howard Hunt (era suo il numero di telefono nel taccuino di McCord) all'epoca a capo del CRP, subirono il processo. Tutti eccetto McCord e Liddy si dichiararono colpevoli e tutti furono condannati per cospirazione, furto con scasso e intercettazioni telefoniche.

Nel frattempo però il Senato americano aveva cominciato ad interessarsi del caso Watergate: il Comitato senatoriale sul Watergate poneva l'accento in particolare sui nastri delle intercettazioni, sia di quelle effettuate nel Watergate Hotel che in quelle alla Casa Bianca: la svolta si ha il 13 luglio del 1973, quando ad Alexander Butterfield, vice assistente al presidente, fu chiesto se ci fosse un qualche tipo di sistema di registrazione alla Casa Bianca: il burocrate, seppur riluttante, rivelò l'esistenza di un sistema che automaticamente registrava ogni cosa nello Studio Ovale. Sistema che esiste ancora oggi, ma che all'epoca era semplicemente tenuto segreto.

Questa rivelazione però cambiò di molto il corso delle indagini del Comitato e della procura distrettuale: quei nastri sarebbero stati fondamentali per verificare se il Presidente Richard Nixon ed il suo consigliere John Dean, principale testimone al Comitato senatoriale, stessero dicendo la verità.

Altri importanti atti d'accusa furono le "carte del Pentagono" (i Pentagon papers), uno studio top-secret del Dipartimento della Difesa sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e sui precedenti conflitti politici o militari nel Sud-Est asiatico, alla vigilia della fine dell'occupazione coloniale francese in Indocina.

Una verità che, lentamente, cominciava a scricchiolare: quando il procuratore speciale Archibald Cox chiese l'autorizzazione all'uso di quei nastri il Presidente Nixon si appellò all'immunità e ordinò al magistrato di lasciar cadere le accuse. Al rifiuto di Cox si tenne così il "massacro del sabato sera", il 20 ottobre 1973: dovetterò saltare due teste coronate della magistratura americana prima che un burocrate, l'avvocato Robert Bork, fece quanto gli era stato chiesto e licenziò il procuratore speciale Cox.

La posizione di Nixon a quel punto era sul filo di un rasoio affilatissimo: era più il tempo passato ai microfoni a inventare scuse che lo scagionassero che non quello passato nei consessi di governo ed internazionali, dove la fiducia nel Presidente degli Stati Uniti aveva oramai raggiunto i minimi storici.

Il famoso "non sono un imbroglione" pronunciato alla platea di 400 editori dell'Associated Press a Disneyword, resterà sempre nella storia della pantomima politica, anche se all'epoca erano in molti, ancora, a spalleggiare il Presidente repubblicano.

Il Presidente non potè opporsi alla nomina di un nuovo procuratore, Leon Jaworski, che continuò l'indagine sui nastri fino a persuadere lo staff presidenziale a rilasciare un gran numero di trascrizioni degli stessi: un errore che costò carissimo a Richard Nixon. Durante l'ascolto di quei nastri infatti erano evidenti tagli e cuciture e, nelle parti in chiaro, veniva sostanzialmente confermata la versione del consigliere John Dean: gli inquirenti scoprirono che era stata cancellata una parte cruciale di ben 18 minuti e mezzo di un nastro. Fu accusata (ingiustamente, anche se preferì assumersene maldestramente la responsabilità) la segretaria di Richard Nixon, Rose Mary Woods, ma le inchieste dei giornali e le analisi foresi smentirono l'autoaccusa della donna.

Il cerchio attorno al Presidente si era chiuso: il 24 luglio 1974 la Corte Suprema americana affermò all'unanimità che la richiesta di Nixon di usare l'immunità era inammissibile e ordinarono al Presidente di consegnare i nastri al magistrato, cosa fatta il 30 luglio successivo.

Le dimissioni di Richard Nixon

La pubblicazione, nell'agosto 1974, del nastro noto come "la pistola fumante" (smoking gun) portò con sé la prospettiva di un sicuro atto d'accusa: il Congresso fu convocato per votare l'impeachment, ma prima che potesse destituirlo e metterlo in stato d'accusa, Nixon rassegnò le dimissioni in un discorso divenuto storico e pronunciato in diretta tv l'8 agosto 1974:

"Non sono mai stato uno che molla. Lasciare il mio incarico prima della fine del mandato è qualcosa che mi ripugna, ma come presidente devo mettere davanti a tutto gli interessi del Paese. [...] Continuare la mia battaglia personale nei mesi a venire per difendermi dalle accuse assorbirebbe quasi totalmente il tempo e l'attenzione sia del presidente sia del Congresso, in un momento in cui i nostri sforzi devono essere diretti a risolvere le grandi questioni della pace fuori dai nostri confini e della ripresa economica combattendo l'inflazione al nostro interno. Ho deciso perciò di rassegnare le dimissioni da presidente con effetto a partire dal mezzogiorno di domani".

Ma le vicende giudiziarie per Richard Nixon non erano finite: dopo le sue dimissioni, e di quelle del suo vice Spiro Agnew, solo una decisione del suo secondo vicepresidente, Gerald Ford, gli concesse la grazia presidenziale, ponendo fine al rischio di procedimento giudiziario contro di lui.

The Deep Throat, Gola Profonda

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Gola Profonda è lo pseudonimo dato al loro principale informatore dai giornalisti dello scandalo Watergate: per i loro articoli e le loro inchieste Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post utilizzavano spesso fonti interne governative o all'FBI, i quali venivano ostacolati costantemente dalla CIA nell'attività di indagine sul Watergate.

In particolare, fu il rapporto tra Woodward e una fonte di altissimo profilo, l'ormai mitica Gola Profonda, a far aleggiare un alone ancor più misterioso e intrigante per i lettori del giornale: un giornalismo che tenne alto il livello di attenzione del lettore per ben due anni e che si è dimostrato modello di investigazione e inchiesta per molti giornalisti negli anni a venire.

Solo il 31 maggio del 2005 si è scoperto chi fosse realmente Gola Profonda: si tratta di William Mark Felt, che nei primi anni '70 era il numero due dell'FBI; lui stesso rivelò di essere stato il misterioso informatore del cronista, una versione che fu successivamente confermata dallo stesso Bob Woodward.

Il Watergate nel giornalismo

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Per aver rivelato, investigato e raccontato lo scandalo Watergate i giornalisti americani del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein vinsero il Premio Pulitzer: il primo articolo su pubblicato il 19 giugno del 1972, il giorno stesso dell'arresto al Watergate Hotel, provocando la prima reazione quando l’ex ministro della Giustizia John Mitchell, a capo della campagna per la rielezione di Nixon, negò qualsiasi coinvolgimento del governo.

Il 1 agosto del 1972 i due giornalisti pubblicarono la notizia di un assegno del valore di 25.000 dollari che, diretto alla campagna di Nixon, era stato invece liquidato nel conto di uno degli arrestati al Watergate: l'insistenza dei giornalisti, il fiuto della notizia e le fonti sempre verificate e attentamente riportate hanno portato a quello che negli Stati Uniti ancora oggi è definito Lo Scandalo.

Il Watergate ha cambiato radicalmente non solo il modo di fare giornalismo, ma anche quello di fare politica e, sopratutto, di fare intelligence: un tema che ancora oggi è caldissimo e ricco di interrogativi, dopo che lo scandalo Datagate è esploso in una deflagrazione che ha perso la propria potenza proprio nello scoppio ma che racchiude in se miriadi di spunti interessanti, al pari se non superiori a quelli che aprì il Watergate: anche per questo la sezione del Washington Post sullo scandalo Watergate è ancora interessante e ricchissima di spunti stimolanti.

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