Casini, un piede di qua (Pd) un piede di là (Pdl): no al Porcellum sì al Porcellinum

Stavolta a bocciare Pier Ferdinando Casini è stato il capo dello Stato Giorgio Napolitano stroncando sul nascere l’idea dell’election-day. Il leader centrista avrebbe voluto accorpare le prossime politiche alle Regionali del Lazio e della Lombardia per motivi economici, cioè il risparmio di centinaia di milioni. Non che fare economia, specie di questi tempi, sia sbagliato, ma è evidente che Casini puntava sul voto politico anticipato per ben altri motivi legati alle sue esigenze politiche e, in primis, alle esigenze della sua nuova Lista per l’Italia, in costruzione con l’illusione di fermare l’antipolitica e di rilanciare l’asse fra moderati e progressisti.

Quindi Pierferdy ha menato il can per l’aia ed è rimasto stoppato dal Colle. Non domo, Casini si è rimesso subito in moto, sempre nel crinale, con un piede di qua (verso il Pd) e uno di là (verso il Pdl). Certo, dopo il voto siciliano, il pendolo si è spostato verso il partito di Bersani (o di Renzi?) ma con il consueto avvertimento che sa di ricatto: “Siamo pronti a rilanciare l’asse con il Pd a patto che il Pd si liberi degli estremismi”. Messaggio chiaro, rincarando la dose contro Vendola, accusato di guardare a Cuba più che all’Europa, contro Sel: “partito che ha sostenuto il referendum sull’art. 18, la battaglia a fianco dei No Tav, con chi ha attaccato Monti e il suo governo”.

Bersani finge di non sentire, sperando che sia il tempo a sciogliere i nodi che lui oggi non è in grado di sciogliere. Sull’altro versante Casini stronca il “penoso Berlusconi di Lesmo”, critica il ritardatario Alfano sulla riproposizione del Ppe italiano, ma non chiude a una ipotesi di ricomposizione del fronte dei moderati, con il Cav fuori gioco.

Casini sa bene che con Berlusconi out e con Fini spennacchiato può diventare un “assemblatore” appetibile per rimettere insieme le truppe sparse e male in arnese dei vari partiti e movimenti di centrodestra. Da navigato democristiano, Pierferdy auspica una nuova legge elettorale per arginare la temutissima ondata grillina ma teme che la stessa possa innanzi tutto punire quel che resterà dell’Udc. Per cui no al Porcellum ma sì al Porcellinum, cioè una porcata con l’aggiunta delle preferenze. Di fatto Casini prende tempo, sperando alla fine di essere indispensabile per rendere vincente l’uno o l’altro schieramento.

Decide di non decidere, come sempre. Ma con l’astensionismo al 50% e con Grillo verso il 25% Casini fa i conti senza l’oste.

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