Usa 2008, Palumbo (Europa) a PolisBlog: "Troppe aspettative, Obama non è il messia"

Marilisa Palumbo, giornalista di Europa ed esperta di America, ci racconti come vive Chicago la vittoria di Obama?
"La città è in festa da giorni, anche prima di martedì l’atmosfera era molto insolita per una grande metropoli: si percepiva, nei sorrisi che si scambiavano passanti con la stessa spilletta di Obama e nella voglia di tutti, dal cameriere al tassista, di parlare di politica, un senso di comunità, di partecipazione collettiva. Lo sentivi andando a messa domenica nella ex chiesa di Obama, quella del tanto discusso reverendo Jeremiah Wright – dove già la metà dei fedeli aveva votato approfittando dell’early voting. Lo vedevi dalle vetrine dei negozi e addirittura dai grattacieli che riportavano, con un gioco di luci, la scritta “VOTE”. Dopo le elezioni, poi, alcune strade si sono riempite di manifesti celebrativi e ho visto moltissime persone continuare ad andare in giro soddisfatte con spille, magliette e cappellini di Obama. “On top of the world”, ha titolato il Chicago Tribune, ed è così che si sente la Windy city. Troppo spesso citata come patria della “machine”, la politica corrotta e clientelare che ebbe come simbolo massimo il sindaco Dick Daley che regnò tra il 1955 e il 1976 (oggi in municipio c’è il figlio…), la città è fiera di ritrovarsi al centro della nuova politica americana. Molti degli uomini che Obama porterà con sé alla Casa Bianca vengono da qui, a cominciare dal neo nominato capo di gabinetto Rahm Emanuel. E ora si dice che a Washington abbiano paura che la capitale si trasformi in una “Chicago sul Potomac”".

Quali sono le speranze che l'America affida al presidente nero?
"Probabilmente le minoranze etniche sperano che l’elezione del primo presidente nero segni la fine delle divisioni razziali, ma per quanto quello che è accaduto sia un segnale straordinario di com’è cambiata l’America negli ultimi quarant’anni, la strada è ancora lunga. Quanto alle aspettative più generali, comincerei col dire che sono troppe! Obama non è il messia e non sarà facile per lui dare agli americani quello che si aspettano: ritrovare il benessere economico perduto, non doversi preoccupare del posto di lavoro e del mutuo della casa, uscire dall’Iraq, tornare ad avere fiducia nel governo. Non dimentichiamoci che Obama entrerà in carica con due guerre in corso e la crisi economica peggiore dagli anni Trenta. Detto questo, il suo mandato è talmente ampio che non gli mancheranno i margini di manovra e se saprà lavorare con il Congresso, che ha un’ampia maggioranza democratica, non solo farà bene, ma potrebbe aprire una stagione di riforme simile paragonabile al New Deal di Roosevelt".

Tu hai scritto a quattro mani con Guido Moltedo una bella biografia di Obama. Cosa, della sua persona, ha fatto breccia nel cuore degli americani?
"Obama – è stato lui il primo a capirlo e per questo ha deciso di correre quest’anno senza aspettare come molti gli suggerivano – è l’uomo giusto al momento giusto. Prima di tutto, per le sue origini e per la sua vita vissuta tra Hawaii, Indonesia, New York e Chicago, è un “uomo globale” nell’era globale. Da una parte, riesce a rappresentare al meglio il sogno americano in un momento in cui gli americani stessi sono delusi dal loro paese, dall’altra incarna una nuova visione degli Stati Uniti, un’immagine multiculturale e multietnica che offre speranza in un momento in cui la globalizzazione e le migrazioni sollevano preoccupazioni per la coesione sociale. Poi certo, soprattutto per gli africano americani e per i più giovani, l’idea di sanare le ferite del passato schiavista e segregazionista dell’America ha contato, ma la cosa interessante di Obama è che lui non ha mai fatto del suo essere nero la dimensione principale della sua candidatura, anzi. Questo è un altro aspetto che ha colpito positivamente gli americani, in particolare i più giovani: Barack ha voluto dire basta all’identity politics – sono nero, sono donna, sono gay – che ha segnato la politica dagli anni ’60 a oggi, e ha promesso di voler superare le “guerre culturali” tra chi negli anni sessanta e settanta stava da una parte e chi dall’altra, culture wars che da quattro decenni ormai tormentano non solo la politica americana ma anche, se ci pensate, quella del nostro paese.
Con questi discorsi, con la promessa di una nuova politica e con un uso sapiente delle nuove tecnologie, da internet ai telefonini, associata a una campagna dal basso che ha pochi precedenti nella storia americana, Obama ha saputo trasformare l’antipolitica in desiderio di partecipazione".

Quanto ha contato invece la grave crisi economica che sta tormentando gli Usa e perché nonostante i dubbi sollevati da Joe l'idraulico le proposte di Obama sono sembrate credibili?
"La crisi ha sicuramente influito, ma, almeno secondo me, non è stata decisiva. Credo che Obama avrebbe vinto lo stesso, ma quello che è accaduto dal 15 settembre in poi, con il fallimento della Lehman Brothers e il crollo di Wall Street, ha accelerato un processo. Gli americani hanno ripudiato l’era reaganiana, hanno capito che la deregulation selvaggia non è sempre un bene, e che a volte l’intervento dello stato è necessario, o almeno è il male minore. Joe the plumber non ha funzionato perché hanno capito che Obama avrebbe cercato di aiutare la classe media e che la distribuzione più equa della ricchezza non è una bestemmia socialista.
In questo contesto McCain – per quanto cercasse di prendere le distanze dal Partito repubblicano – partiva con un enorme svantaggio. La sua reazione alla crisi ha poi sancito il fallimento della sua candidatura: prima ha detto che “i fondamentali dell’economia sono forti”, poi si è dimostrato ondivago e scostante. Obama invece è apparso sereno, pacato, presidenziale".

E poi? Cos'altro ha "spinto" il senatore dell'Illinois?
"Oltre a tutte le cose che ho accennato prima, è utile sottolineare che la “landslide” democratica riflette cambiamenti demografici in atto da anni nella società americana. Ne avevano parlato già sei anni fa John Judis e Ruy Teixeira in un libro intitolato “The emerging democratic majority”. L’America è passata a un’economia post-industriale basata sulla produzione di idee più che di beni. È un’economia che ha la sua base nelle aree urbane e suburbane – Chicago, San Francisco, ma anche Charlotte, il triangolo della ricerca in North Carolina, i sobborghi della Virginia settentrionale, la regione attorno a Denver, Orlando e il sud della Florida – ed è qui che sono concentrati gli elettori che costituiscono la spina dorsale della coalizione democratica: professionisti, minoranze e donne. Questi sono tutti gruppi che crescono, mentre i lavoratori blue collar, che prima erano il cuore della maggioranza, diminuiscono: la classe bianca lavoratrice è passata dal costituire il 58 per cento dell’elettorato nel 1940 al 25 del 2006. Oggi l’avanguardia della maggioranza progressista sono i professionisti, come i lavoratori sindacalizzati lo erano della maggioranza del New Deal: sono liberal sui diritti civili, aperti alla globalizzazione, meno religiosi, pragmatici sull’intervento del governo in economia. E poi ci sono i Millennials – i giovani tra i 18 e i 29 anni, una generazione segnata dall’11 settembre, Katrina e dagli anni di Bush – che scelgono i democratici in proporzioni sorprendenti. L’emergere di questa maggioranza democratica era stato nascosto dall’11 settembre, perché la paura aveva temporaneamente riacceso l’anima conservatrice del paese, soprattutto sui temi sociali".

Cosa invece non ha funzionato per McCain?
"Banalmente l’essere il candidato del partito al potere ma anche, come dicevo, la sua reazione tentennante alla crisi. E poi non è stato se stesso. McCain era noto per essere un moderato, un uomo che ha spesso sfidato l’establishment conservatore, soprattutto la destra religiosa, e invece ha corso una campagna alla Bush, guidato da uomini di scuola Karl Rove. Anche la scelta della Palin gli è costata cara: è vero che ha ridato energia alla base conservatrice, ma è apparsa inspiegabile e inaccettabile a molti moderati e indipendenti".

Il risultato di queste presidenziali entrerà sicuramente nella storia degli Stati Uniti. Qual è il nuovo corso che si apre per la prima potenza del mondo?
"L’America ha sicuramente la possibilità di tornare a essere un “faro sulla collina” per il mondo, di tornare a guidarlo, dimostrando, come ha detto Obama nel discorso della vittoria a Grant Park, “che la vera forza della nostra nazione non scaturisce dalla potenza delle nostre armi o dalla misura della nostra ricchezza, ma dal richiamo intramontabile dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e una speranza indomita” . L’elezione stessa di un uomo con la storia di Barack è uno straordinario segnale di soft power, bastava guardare i festeggiamenti dall’Europa all’Africa all’Australia la notte del voto per capirlo. Detto questo, chi si aspetta cambiamenti drammatici dalla nuova amministrazione resterà forse deluso: basta pensare alle dure parole sul nucleare iraniano pronunciate da Obama nella sua prima conferenza stampa da presidente-eletto".

Piccola curiosità: sei in America per Europa. Che impressione ha fatto oltreoceano la battuta del Premier Berlusconi sull'abbronzatura di Obama?
"Non se n’è parlato moltissimo, ma certo ha contribuito all’immagine di scarsa serietà che purtroppo è associata al nostro paese e alla nostra classe dirigente".

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