Elezioni politiche 2015? La minaccia di Matteo Renzi: "I ribelli non li ricandido"

Ma se la minoranza pensa alla scissione del Pd, la pistola è (quasi) scarica.

Chissà se davvero si vedranno elezioni politiche nel 2015. Quel che è sicuro è che il puzzle in cui bisogna incastrare la nuova legge elettorale, la riforma del Senato, la tenuta del Patto del Nazareno e le tensioni interne nel Partito Democratico continua a complicarsi, con l'entrata in scena di una "nuova" opzione: l'approvazione in tempi rapidissimi del Mattarellum per andare al voto in primavera e mettere così ordine, dal punto di vista di Matteo Renzi, nelle truppe parlamentari in vista del suo secondo governo.

Si è scritto più volte di come la minaccia del voto anticipato sia un'arma scarica per Matteo Renzi, visto che prima è necessario approvare l'Italicum e al momento il partner decisivo, Forza Italia, non ha nessuna intenzione di andare al voto (stando ai sondaggi politici, la situazione del partito è critica). Idem dicasi per la minoranza Pd, che è ben consapevole che sarà falcidiata dal ritorno alle urne. La situazione che conviene di più a tutti è quella di un prosieguo della legislatura fino al termine naturale nel 2018; e anche Renzi è disposto ad accettarlo, ma solo se le riforme procedono, ché l'alternativa è farsi cuocere a puntino in un galleggiamento che poco si addice al personaggio.

E quindi, come se ne esce? La strada intrapresa da Renzi sembra essere la seguente: rendere sempre più credibili le minacce di un voto anticipato in modo da saldare le truppe. E se la minoranza Pd vuole andare alla scissione, faccia pure. Quindi: minaccia di approvare in tempi brevi il Mattarellum con "l'altra maggioranza" (dissidenti M5S in primis) e minaccia di non ricandidare i ribelli (visto che con quel sistema le liste le fa il segretario e le parlamentarie non sono obbligatorie). A questo punto per la minoranza Pd le strade sono solo due: o si fa come dice il capo oppure si dà davvero vita alla scissione del Pd.

Se così fosse, se davvero il Pd si scindesse, le elezioni anticipate non farebbero più tutta questa paura. Sarebbero anzi l'inevitabile banco di prova per il nuovo partito della "sinistra-sinistra". E però, anche così ci sono due incognite: la prima è che solo una parte dei ribelli lascerà (immaginare che Bersani abbandoni il partito in cui ha militato per una vita è difficile), la seconda è che il test elettorale potrebbe anche essere un flop clamoroso (i sondaggi parlano di un 9%, ma dicevano la stessa cosa anche del Nuovo Centrodestra). In definitiva, il tutto sembra essere un po' un gioco delle parti, in cui i ribelli si ribellano e il leader minaccia. Alla fine, però, quanto il voto conta davvero, tutti tengono fede ai patti e la legislatura può proseguire.

PDPD

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