Finanziamento pubblico e privato ai partiti: qual è meglio?

La differenza tra il finanziamento pubblico e quello privato ai partiti. I pro e i contro.

Il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito dal governo Letta nell'ottobre 2013, introducendo così il finanziamento privato, che non pesa sulle tasche degli italiani (o meglio, pesa meno, dal momento che la possibilità di versare il 2% è comunque una sorta di finanziamento pubblico e che le detrazioni per le donazioni sono mancato introito fiscale per le casse dello stato). Ora però è tutta una pioggia di "ve l'avevo detto" da parte di quei (non molti) oppositori all'abolizione del finanziamento pubblico.

Fanno discutere le cene da mille euro di Renzi; fanno discutere i licenziamenti di massa che molti partiti devono portare a termine per far quadrare i conti, fa discutere il fatto che i partiti più piccoli siano a rischio scomparsa. E d'un tratto torna d'attualità il problema del rapporto tra finanziatori e partiti: "Se uno dà soldi a un partito, poi si aspetta qualcosa in cambio".

Poco ma sicuro, nessuno dà nulla per nulla e il funzionamento della politica americana (in cui le donazioni dei magnati verso i partiti sono gigantesche) ha messo in luce il problema già da molto tempo. Ed è proprio per questo che in Italia, nel 1974, si è deciso di introdurre il finanziamento pubblico. La storia in estrema sintesi la leggiamo su Lettera 43:

Nel 1965 un senatore democristiano, Giuseppe Trabucchi, fu il destinatario di alcuni finanziamenti illeciti per facilitare il monopolio nel mercato dei frutti esotici da parte di un produttore. Qualche anno dopo alcuni partiti (Dc, Psi, Psdi, Pri) furono coinvolti nel cosiddetto scandalo 'petroli': ricevevano finanziamenti (non dichiarati) dall’Enel e dalle compagnie petrolifere. Per prevenire le cattive condotte venne varata, nel 1974, la «legge Piccoli», approvata in soli 16 giorni e votata da tutti i partiti, tranne quello Liberale. La norma prevedeva la prima forma di finanziamento pubblico e diretto ai gruppi parlamentari.

Lo scopo del finanziamento pubblico è quindi proprio quello di evitare che le aziende private, attraverso le loro donazioni, abbiano un'influenza eccessiva sui partiti e i candidati, arrivando al limite della corruzione de facto. Peccato che poi il finanziamento pubblico (da noi nascosto sotto il termine "rimborso elettorale" dopo il referendum abrogativo del 1993) diventi di un'entità colossale, versato a tutti i partiti che superano l'1%, corrisposto per tutta la legislatura a tutti i partiti anche in caso di termine anticipato della stessa (cosicché alcuni partiti si trovano a riceverne due contemporaneamente) arrivando a una cifra complessiva di due miliardi e mezzo di euro "sottratti ai cittadini" in vent'anni.

Il tutto, inoltre, senza riuscire a eliminare la piaga della corruzione, come abbiamo tristemente constatato in tutti questi anni. Da qui la rabbia popolare: perché pagare con i soldi dei cittadini i politici che poi rubano? Si arriva quindi dritti dritti all'abolizione graduale del finanziamento pubblico ai partiti decisa dal governo Letta. E però, se si abolisce il finanziamento pubblico, non si può poi pretendere che non ci siano le "cene da mille euro" con i top manager di chissà quante aziende. Perché i partiti sono comunque delle macchine con dipendenti, che devono fare campagna elettorale, che devono mantenere delle strutture. Non possono vivere gratis.

Qualche voce si era sentita fin da subito: "Con l'abolizione del finanziamento pubblico faranno politica solo i Paperon de Paperoni". Non uno scenario idilliaco, ma sicuramente verosimile. Solo i personaggi in grado di assicurare da soli il funzionamento della macchina partitica si sarebbero dati alla politica, gli unici a poterselo permettere. Ci sono però altri modi per ottenere soldi: le microdonazioni dei sostenitori, gli incontri "costosi" con il politico di turno, le grosse donazioni. Il che ci riporta rapidamente alla possibilità che la politica diventi dipendente (ancor di più) dagli interessi delle lobby e multinazionali.

Per evitare questo si è imposto un limite di 300mila euro alle persone e alle aziende e per garantire un minimo di introiti ai partiti indipendentemente dalle donazioni si è introdotto il 2 per mille. È stata inoltre inserita l'obbligatorietà della trasparenza (vedremo se e come funzionerà): i partiti devono mostrare in modo chiaro chi ha donato e quanto. È un po' questo l'antidoto, l'unico possibile: i cittadini devono avere la possibilità di sapere subito e in maniera chiara quali sono i personaggi e le aziende che hanno versato soldi a questo o quel partito. Dando per scontato che le aziende non regalano soldi in modo disinteressato, ognuno trarrà le sue conclusioni.

Se i repubblicani negli USA ricevono milioni di euro dalle compagnie petrolifere, nessuno si aspetterà mai che poi un candidato repubblicano prometta lo "stop alle trivellazioni", ma la cosa più importante è che tutto questo sia chiaro e trasparente (come negli Stati Uniti - con tutti i limiti - è). Va però anche segnalato come internet abbia moltiplicato le possibilità di ottenere grosse donazioni complessive attraverso una miriade di piccole donazioni, come dimostrato da Barack Obama al tempo della sua campagna elettorale nel 2008; e questa potrebbe essere una soluzione ottimale: i sostenitori finanziano un politico perché convinti dalle sue parole, evitando che le parole di un politico siano una conseguenza delle aziende che lo finanziano.

Forse il sistema migliore sarebbe quello in cui un finanziamento pubblico ai partiti funziona in modo rigoroso, l'essenziale per garantire che il partito possa mantenere i suoi dipendenti e fare campagna elettorale, senza che questo riceva finanziamenti a pioggia in quantità mostruose. Ma forse, in Italia, è chiedere troppo.

Dutch Euro Coins Readied for Distribution

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