Chi ha paura della Grecia cattiva?

Borse e mercati personalizzati, elezioni democratiche demonizzate. Tutti gli orrori di un giornalismo che correla fatti separati e che non sa prendersi le sue responsabilità.

Paura per la Grecia

Paura per la Grecia

Paura per la Grecia. Allarme Grecia. La Grecia fa crollare le borse. Pesano i timori della Grecia.

Sarò sincero: non ho mai visto tanto accanimento da parte di così tante testate giornalistiche tutte – o quasi – concordi nell'indicare un evento allo stesso modo.

Un evento democratico, peraltro: le elezioni politiche in Grecia. Le elezioni fanno paura, e secondo molti titolisti (e articolisti) sarebbero causa del crollo delle borse.

Il Sole 24 Ore, almeno lui, non mette la Grecia nel titolo. E Andrea Franceschi, che pure scrive nel pezzo a proposito della "paura" per la Grecia e per Alexis Tsipras e la sua "estrema sinistra", chiarisce bene da subito, sul quotidiano di Confindustria, che a trascinare al ribasso Piazza Affari è la svalutazione del greggio

in seguito alla decisione dell’Iraq, secondo produttore tra i Paesi dell’Opec, di incrementare le esportazioni

con conseguente tracollo di Eni e Enel. E che pesano anche le differenti politiche monetarie di UE e USA, che hanno portato l'Euro ai minimi storici negli ultimi nove anni nel cambio contro il dollaro.

Ma niente da fare, quel che passa nel sentire comune (è il titolo che influenza e rimane nel nostro modo di pensare, anche se poi si legge e si approfondisce. La segnalazione del pezzo del New Yorker è sul blog del direttore de Il Post, Luca Sofri) è che le Borse hanno paura della Grecia.

È il linguaggio giornalistico che fallisce completamente nel raccontare la storia dell'Europa.

Come si possa arrivare al punto di creare il terrore nei confronti di un naturale evento democratico in un Paese sovrano (almeno in teoria) sarebbe un mistero, se il giornalismo non avesse ormai dimostrato tutta la sua inadeguatezza non solo nel raccontare la crisi che stanno vivendo i paesi europei ma anche nel raccontare le evoluzioni della politica.

Sul tema suggerisco, come scrivevo oggi su Facebook, suggerisco un documentario dal titolo Angriff auf die Demokratie - Eine Intervention (si trova su Amazon.de, ignoro se esista in versione sottotitolata in italiano. L'ho visto al Torino Film Festival con sottotitoli). Il titolo significa Democrazia sotto attacco - Un intervento.

Si tratta, di fatto, degli atti video di una conferenza che si è tenuta in Germania l'8 dicembre 2011.

Dieci intellettuali tedeschi illustravano la situazione della crisi, fortemente critici nei confronti della politica tedesca.

Gli interventi, che sembrano registrati ieri mattina, per la loro attualità, sono tutti illuminanti. In particolare, quello di Nils Minkmar, giornalista e storico, si concentra parzialmente su Grecia e giornalismo.

Minkmar racconta di aver partecipato come giornalista al

"vertice di Cannes per salvare il mondo" del 3 novembre 2011, che veniva dopo il "vertice di Bruxelles per salvare il mondo" e prima del... "vertice di Bruxelles per salvare il mondo"».

In quello di Cannes, racconta Minkmar, Papandreu osò dire ai membri del G20 che la Grecia avrebbe voluto fare un referendum sul piano di rifinanziamento del debito. Un atto legittimo.

Eppure, ricorda Minkmar, tutti, nessuno escluso, inorridirono e Papandreu lasciò il summit come un cane bastonato.

Come si permetteva, la Grecia, di fare una simile richiesta! Un referendum, addirittura?

Era il 2011, dicevamo. Oggi non è cambiato molto.

Minkmar, poi, parla del giornalismo e del linguaggio che si deve utilizzare oggi per parlar di politica europea.
Dice che mentre la politica somiglia sempre di più ai mercati finanziari cui si sottomette, anche chi parla di politica (ipolitici, i loro uffici stampa, i giornalisti stessi) sembra sempre di più un mediatore finanziario. Racconta di un gergo quasi incomprensibile cui lui e i colleghi che seguivano i fatti di Bruxelles hanno dovuto abituarsi. E conclude del fatto che il linguaggio giornalistico è sempre più inadeguato.

Le politiche decise dalla Trojka sono non-trasparenti e non-democratiche, e tutto quel che riesce a produrre la maggior parte del giornalismo nostrano è una serie di titoli fotocopia che demonizzano libere elezioni.

Il giornalismo ha delle responsabilità, i giornalisti hanno delle responsabilità ben precise.

Bisogna cominciare a cambiare registro. Basta personalizzare i mercati e le borse. Basta attribuire correlazioni a fatti distinti. Basta far credere che si debba aver paura della democrazia.

Ci sarà il Grexit? Francamente, dubito. Anche in caso di vittoria di Tsipras. In ogni caso penso che la Grecia abbia tutto il diritto di scegliere democraticamente il proprio futuro, dentro o fuori dall'Unione Europea che sia.

Bisognerebbe cominciare a mettere seriamente in discussione la democraticità dell'Europa stessa: un'entità fumosa, astratta, poco trasparente; bisognerebbe raccontare una linea di conflitto che non passa, come si vorrebbe far credere, fra gli stati e i mercati, ma fra le dinamiche decisionali (di pochi) e la società civile. Con quest'ultima che finisce per soccombere. I giornalisti fanno parte della società civile. Dovrebbero cominciare a ricordarselo.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO