L'Isis presenta il bilancio 2015: Ricavi per oltre 2 miliardi di dollari

Secondo Abu Saad Al-Ansari, ci sarebbe un surplus netto di circa 250 milioni di dollari. Tale cifra sarà reinvestita nella guerra

ISIS-MAP

Lo Stato Islamico (Is), meglio conosciuto come Isis (Stato Islamico dell'Iraq e della Grande Siria), ha "presentato" un suo bilancio per il 2015. A fornire le cifre al quotidiano del Qatar al-Araby, come se fosse un normale ministro dell'Economia, è stato Abu Saad Al-Ansari, religioso di Mosul legato al Califfato.

Secondo Al-Ansari, le cifre sarebbero esorbitanti: l'Isis prevede per il 2015 ricavi che superano i 2 miliardi di dollari. Da questi, salterebbe fuori un surplus netto di circa 250 milioni di dollari, che sarà reinvestito in attività belliche. Inoltre, il Califfato, nella città di Mosul, avrebbe aperto una banca (Islamic Bank), che a breve potrebbe assicurare emissione di prestiti senza interessi.

Se si tiene in considerazione la grande ascesa dell'Isis nell'ultimo anno, è probabile che le cifre fornite dal religioso si approssimino molto alla realtà. Tuttavia, quello su cui è opportuno riflettere è come i leader dello Stato Islamico manifestino sempre di più l'intenzione di rappresentare pubblicamente il Califfato come una realtà statuale, con proprie leggi, un proprio bilancio e politiche militari ed economiche.

Sull'argomento, ieri, ha scritto un ottimo articolo Chiara Cruciati, pubblicato da Il Manifesto. Ve ne proponiamo un passaggio:

"Grazie all’iniziale e fondamentale finanziamento dei paesi del Golfo, Arabia saudita in testa (che ha visto nei gruppi estremisti sunniti lo strumento per frenare l’asse sciita guidato dall’Iran), oggi lo Stato Islamico gode di entrate quasi del tutto indipendenti, frutto delle razzie compiute nelle banche, dei riscatti derivanti dalla presa di ostaggi locali e occidentali e della vendita a prezzi stracciati del petrolio iracheno. Secondo ex jihadisti intervistati dopo aver abbandonato l’Isis, il califfato è in grado di pagare stipendi fissi ai miliziani stranieri, da un minimo di 400 dollari a 1.200. Tanti soldi che spesso hanno spinto membri del Fronte al-Nusra e del moderato Esercito Libero Siriano a cambiare bandiera e arruolarsi con l’Isis"

Ma il Califfato non usa i suoi soldi solo per finanziare la guerra, starebbe pianificando, sempre secondo al-Araby, un vero e proprio sistema di "welfare". A Mosul e a Raqqa (Siria), ad esempio, l'Isis avrebbe in programma la costruzione di centrali elettriche, l'ammodernamento di ospedali, la ristrutturazione del sistema fognario.

Gli adepti dell'Isis non vengono reclutati soltanto in Siria e in Iraq. Gli jihadisti, facendo leva su argomenti religiosi, ma anche su una disperazione sociale fortissima, attraggono militanti nel Sinai egiziano, nella Libia dilaniata dalla guerra civile, in Tunisia, in Algeria. A differenza di Al-Qāʿida, poi, hanno più risorse da offrire ai loro simpatizzanti e una strategia militare molto più evoluta, che permette il mantenimento di importanti presidi territoriali in Medio Oriente e nel Maghreb.

Inoltre, cosa che preoccupa moltissimo le Cancellerie europee, l'Isis è in grado di fare proseliti anche tra islamici di seconda generazione, nati e cresciuti in Europa. Questi, di frequente, vengono reclutati attraverso i social network. Una volta indottrinati, poi, vanno a combattere in Iraq o in Siria.

Alcuni dei membri europei dell'organizzazione fondamentalista, apprese le tecniche militari in guerra, tornano in Europa. Ed è qui che possono organizzare attentati terroristici come quello di ieri a Charlie Hebdo (sottolineiamo però che le indagini sono ancora in corso).

Tuttavia i paesi occidentali, è opportuno evidenziarlo, non hanno dimostrato grossa lungimiranza nei confronti dell'Isis. Ricordiamo, a tale riguardo, che hanno "usato" le milizie fondamentaliste contro Bashar al-Assad in Siria e mantengono relazioni ambigue (anche l'Italia) con Stati come il Qatar (che continua a speculare sul conflitto tra Occidente e Stato Islamico).

Infine l'appoggio indiscriminato della Ue a regimi come quello di al-Sisi in Egitto, più che stroncare il problema Isis, finisce con l'amplificarlo.

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