Bersani “abbaia” ma non morde. E’ Renzi il padrone unico della “ditta”

A Matteo Renzi i “suoi” avevano assicurato il “recupero” di Pierluigi Bersani e invece l’ex segretario ha sferrato in tv l’attacco rasoterra contro il segretario-premier sulla delega fiscale (sul salva Silvio) a favore degli evasori, rilanciando la candidatura di Romano Prodi per il Colle.

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Ora si tratta di capire se Bersani con una mano lancia frecciate per alzare la posta e prepararsi con l’altra mano a ricevere… favori o se, all’opposto, siamo ai classici tre squilli di tromba prima della battaglia finale fra minoranze e renziani.

Fatto sta che il segnale di Bersani, almeno apparentemente, è forte e chiaro: “no” a un presidente della Repubblica frutto del patto del Nazareno. Bersani sa bene che l’antiberlusconismo resta una carta forte per dimostrare le contraddizioni e la fragilità politico-strategica di Renzi seminando dubbi e incertezze nel campo del segretario e zone limitrofe, un collante capace di unificare trasversalmente forze (anche sul piano elettorale) nel Pd e fuori del Pd contro il “rottamatore” fiorentino.

Con questo attacco di inizio anno Bersani si mette a capo delle minoranze interne del Pd, dicendo chiaro e tondo a Renzi che deve prendere atto di questa realtà e che è meglio così anche per lui: che cioè ci sia un interlocutore credibile – se pur fortemente critico – capace di mettere in fila i contestatori, interlocutore cui sta a cuore la “ditta” e mai e poi mai farebbe lo strappo finale della scissione.

Anche perché Bersani sa che, al di là delle apparenze, Renzi premier è debole, con il governo a rischio, quindi con la possibilità delle elezioni politiche anticipate, cioè del tutti a casa: per i “gufi” del Pd sarebbe la fine perché tocca al segretario fare le liste premiando gli amici e bocciando i nemici. In altre parole Bersani non vuole la rivoluzione perché sa di non avere la forza di realizzarla, resterebbe con il cerino in mano, nudo e crudo, subendo i contraccolpi di essere il responsabile del patatrac con conseguente fine della legislatura e voto a maggio.

Sì, si resta nel tatticismo, non si va mai oltre la classica commedia della politica all’italiana, cioè del “tirare a campare” perché tutti tengono famiglia. La buccia di banana, con due nodi quali l’elezione del nuovo capo dello Stato e la nuova legge elettorale, è sempre presente con la possibilità che Renzi ci scivoli sopra. Ma il rischio, con nuove elezioni, è alto per tutti.

Dice il sempre acuto Piero Sansonetti: “Se si va al voto con il consultellum non vince nessuno e molti restano fuori perché gli uomini li scegle Renzi. Mi sembra funzionare, no? La paura di andare al voto è il nuovo “fattore K” che tiene in piedi Renzi”.

Non fa una grinza. E gli italiani?

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