Parigi: in scena la rappresentazione del cordoglio globale

I leader uniti nel lutto: la parata globale dei "nostri" valori, uno slogan superficiale che semplifica mentre si semplifica anche il dissenso.

Charlie Hebdo manifestazione parigi

Oggi è il giorno della grande manifestazione di piazza per commemorare le vittime di Parigi.

In piazza, oltre al milione di persone che fa sempre molta impressione, sono attesi capi di stato di tutto il mondo. In nome di cosa? Di una globale lotta al terrorismo? Dell'unità di fronte a eventi che scuotono l'opinione pubblica?

Si fa fatica, oggi, ad essere critici nei confronti di una manifestazione di piazza, è ovvio. Si rischia di passare per cinici e per finire come quelli che, nell'era del social network, scelgono di prendere la posizione "contro" invece che quella "pro", nella speranza che sia la loro a diventare virale. O che almeno sia altrettanto virale dell'altra.

La conversazione rischia di radicalizzarsi su posizioni che non si parlano, non si considerano proprio, o si considerano soltanto per darsi addosso.

Il risultato è che qualsiasi tentativo di approfondimento deve soccombere schiacciato dagli slogan. Oggi, o sei Charlie Hebdo o non lo sei. Posizioni intermedie approfondite non sono ammesse, e se hai una qualsiasi posizione intermedia devi farla precedere da orribili premesse cui seguono altrettanti, orribili, "però".

Quel che vedo io, nella giornata parigina, perdonatemi, è una colossale rappresentazione di cordoglio globale. Una messa in scena perfetta, con tutti gli attori che possono esserci uniti nel lutto. La chiamata all'unità nazionale, forse all'unità mondiale è un paravento non solo utopistico ma addirittura ridicolo, nella sua falsità.

È falso che ci siano eventi spartiacque, come viene raccontato ad ogni "tragedia". Come scrive Wu Ming 1 su Giap:

E fateci caso: ogni volta si riparte da capo.
L’11 settembre 2001 tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
Quando fu colpita la metropolitana di Madrid, tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
Quando fu colpita la metropolitana di Londra, tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
Dopo la strage nella sede di Charlie Hebdo, tutti i commentatori hanno detto: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».
Non si va mai più indietro di oggi. E quindi non si capisce un cazzo.
Anche perché scompaiono le lotte vere, le resistenze popolari concrete all’ISIS, come quella che ha luogo da mesi a Kobane.

I fatti non sono mai casualità che appaiono dal nulla. Oggi, "noi", "noi occidentali", diciamo (ammesso e non concesso che ci possa essere davvero un "noi" e "loro") siamo le vittime. E le vittime hanno sempre ragione.

Cito ancora Wu Ming, che problematizza laddove altri semplificano:

«Anche qui, viene rimosso il maggior numero possibile di premesse.
Il colonialismo europeo – compreso quello dell’Italia – ha invaso, devastato e depredato Africa e Asia.
Le multinazionali nordamericane ed europee – comprese quelle italiane – continuano a sfruttare e depredare quelle terre, a sottrarne sistematicamente le risorse, in un sistema di “scambio ineguale” e divisione internazionale del lavoro che ha come principio regolatore un razzismo oggi non più dichiarabile ma pienamente operativo. Ai popoli implicitamente ritenuti “inferiori” toccano lavori peggiori e salari più bassi.
Ma quando si parla di immigrazione, tutto questo scompare. Non siamo più “noi” (bianchi, occidentali, capitalisti, colonialisti) ad avere invaso l’Africa, sterminato popolazioni, sfruttato il lavoro dei colonizzati, rubato terra e materie prime ecc.
Macché, sono gli africani che stanno “invadendo” noi. Stop invasione!»

Cosa c'entra tutto questo oggi, che è il giorno del cordoglio?

C'entra. E per capirlo basta leggersi Marco d'Eramo su Micromega:

«il peggio ci giunge dai politicanti di turno, i presidenti di ieri e di oggi, i Nicholas Sarkozy, i François Hollande, uomini senza nerbo, senza ironia, pieni solo di vanità, fustigati senza sosta e senza pietà da Charlie Hebdo, e che ora approfittano di questa strage per portare alla luce del sole un progetto che era nelle cose da anni, e cioè, in nome della lotta al terrorismo, varare apertamente una politica di “unità nazionale”, una gestione “bipartisan”, una Grosse Koalition subalterna alla Germania di Angela Merkel, oltre che naturalmente rendere ancora più poliziesco uno stato che già stava rotolando su quella china.

Fino al ridicolo di Matteo Renzi che proprio nei giorni della “manina” sul disegno di legge al 3%, scimmiotta il John Kennedy di “Ich bin ein Berliner” con un civettuolo “siamo tutti francesi”.
Decisamente non c'era funerale più indegno che una giornata di lutto nazionale per un gruppo che aveva fatto della dissacrazione la sua missione di vita e che per questa missione ha pagato con la vita».

Il punto è che ormai non c'entra già più, il Charlie Hebdo, improvvisamente difeso da tutti coloro che prima erano oggetto dei suoi scherni e attaccato da chi, invece, lo vede come portatore di valori islamofobi di una sinistra francese nazionalista e "bianca". Ormai c'entra l'universalizzazione dei "nostri" valori occidentali da esporre in parata.

E non temete: ce n'è anche per le realtà critiche. Quelle antisistemiche, quelle anti-imperialiste che, troppo impegnate a ripiegarsi sui loro medesimi schemi negano le differenze culturali e si pongono sul medesimo piano di chi alza la bandiera dei valori universali da difendere, senza dubbi, senza punti interrogativi, senza incertezze. Dove qualcuno problematizza altri, molti, moltissimi, semplificano. I buoni ad ogni costo non mi convincono, da qualsiasi parte stiano.

E intanto lo show del cordoglio globale sta per cominciare. Domani poi, trovandoci in quattro gatti, parleremo di misure restrittive, destre ultranazionaliste e populiste che acquisiscono consensi, strumentalizzazione dell'immigrazione, strumentalizzazione del dissenso, Schengen da rifare, clandestini che aumentano a causa delle politiche adottate e via dicendo. Tutte cose che non ci stanno, in un'hashtag e 140 caratteri.

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