Napolitano: monarca o garante della Costituzione?

Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano è stato l'unico Presidente della Repubblica eletto per due volte consecutive. Il fatto si colloca sul filo della regolarità costituzionale perché, come è noto, l'articolo 85 della Carta recita: "Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni". Nessuna menzione viene fatta in merito all’eventuale possibilità di un secondo mandato, ma in ogni caso la rielezione non può essere considerata illegittima.

Quest'episodio, anche se è riduttivo definirlo tale, condensa perfettamente il senso dell'intera esperienza di Napolitano al Colle. Sebbene, infatti, il Presidente si sia mosso nei limiti del dettato costituzionale, allo stesso tempo è indubitabile che delle "forzature", basate su inconsueto "interventismo", ci siano state. Nemmeno il protagonismo mostrato da Francesco Cossiga, nell'ultimo periodo del suo mandato, può essere paragonato a quello che ha caratterizzato l'operato di Re Giorgio.

Ora che le dimissioni del Capo dello Stato sono imminenti (il prossimo 14 gennaio), supponiamo che a breve verrano pubblicati molti articoli che proveranno a tracciare il bilancio del "doppio mandato". E' facile pronosticare che la stampa mainstream proporrà un'immagine salvifica ed eroica del Presidente uscente, mentre, come da copione, ci sarà una controparte che proverà a screditarla, dipingendo il quadretto di un monarca assoluto che ha messo da parte il suo compito di garante della Costituzione.

Per parte nostra, invece, ci limiteremo solo a proporre qualche riflessione. Di più non sarebbe onesto fare, perché l'esperienza di Napolitano al Quirinale è troppo lunga e complessa per essere ridotta ad un editoriale. Siamo certi che dell'operato del Presidente della Repubblica più "longevo" della storia repubblicana se ne occuperà, meglio di noi, la storiografia negli anni a venire.

Il primo quesito che sarebbe opportuno porci, senza voler fornire risposte esaustive a riguardo, è se Napolitano ha oltrepassato in qualche occasione il confine previsto dalle sue funzioni.

E' innegabile che siano stati molti i suoi cosiddetti interventi "equilibratori". In particolare ne rammentiamo uno, il più discusso. Ovvero, quello riguardante la nascita dell'esecutivo di Mario Monti, che avvenne durante il primo mandato al Quirinale. Quando si procedette alla nomina del professore della Bocconi a senatore a vita e poi a Presidente del Consiglio, in molti gridarono alla "stato d'eccezione" di schmidtiana memoria.

In realtà, anche se la scelta era politicamente discutibile, a livello procedurale, non ci furono violazioni. La nascita del Governo Monti fu piuttosto una diretta conseguenza della latitanza che mostrava il Parlamento. I partiti, infatti, davanti al rischio di bancarotta del paese e all'incapacità di Silvio Berlusconi di dare delle risposte convincenti ai diktat di Berlino e Francoforte, rimasero immobili e passarono la "patata bollente" a Napolitano.

Quest'episodio, pur avvenuto dentro le regole del gioco, rimane comunque paradigmatico della crisi della democrazia parlamentare che ha investito l'Italia, almeno dagli anni di tangentopoli ad oggi. Ed è proprio dentro questa crisi, segnata dalla scarsa autonomia dei partiti, sempre più nelle mani di élite economiche e consorterie, in cui Napolitano si è trovato a svolgere il suo ruolo.

Tenere insieme l'unità istituzionale e sociale del Paese, quando la corruzione è diffusa, quando gli attacchi alla magistratura sono all'ordine del giorno, quando la politica mette in discussione il principio di rappresentanza (basti guardare al porcellum) e le condizioni economiche peggiorano indefessamente, è un compito molto arduo. Napolitano, allora, ha provato a riempire un vuoto politico, che di certo non poteva essere scongiurato attraverso spettacoli di piazza e un'avveniristica "democrazia dell'algoritmo", affidata all'imprenditore milanese Gianroberto Casaleggio.

A questo punto, però, è lecito domandarsi: Napolitano è riuscito nel suo tentativo? Qui la nostra risposta è negativa, e lo è per ragioni di carattere sostanziale. Sia chiaro non vogliamo accreditarci come neutrali nella riflessione che segue, anche perché "la neutralità", a nostro avviso, non è solo ipocrita, ma anche la più ideologica delle posizioni.

Per quanto ci riguarda, il Presidente, nell'assolvere ai suoi doveri, ha fatto una scelta di campo: quella dettata da Bruxelles e Francoforte, subordinando così l'interesse nazionale a quello dei mercati. Si potrà obiettare che non aveva molte alternative a riguardo, noi ci limitiamo a replicare che se ciò fosse vero, allora i partiti e il Parlamento italiano non avrebbero più ragione di esistere (ma non ci rassegniamo a pensarlo).

La scelta pro-austerity, inoltre, è avvenuta in perfetta continuità con la storia politica di Napolitano. Quest'ultimo non è stato solo il "migliorista" che voleva rompere con l'Unione Sovietica (idea semplicistica avallata dai suoi apologeti), ma anche il più convinto sostenitore di una rottura con il movimento operaio e con il concetto di democrazia progressiva di Togliatti (che ha influenzato la nostra Carta, si veda l'articolo 3). E ciò ha avuto ripercussioni, in modo perverso, anche nella sua sua azione da Presidente, laddove il tema della responsabilità nazionale si è tradotto nell'accettazione acritica dell'integrazione dei mercati e dell'ideologia libero-scambista.

E' proprio in quest'ottica, ad esempio, che va letta la sua opposizione all' alternativa democratica di Enrico Belinguer e al referendum sulla scala mobile. L'obiettivo, sin da allora, era quello di entrare, a tutti gli effetti, all'interno della famiglia socialdemocratica. E poco importa se oggi il Partito Socialista Europeo ha derogato a tutti i suoi principi, scegliendo di stare dalla parte delle lobby e delle politiche di rigore.

La sua riverenza nei confronti dell'Unione Europea, che ha poco a che vedere con quella immaginata da Altiero Spinelli, si è spinta fino all'eccesso. Nel 2012 ha perfino invocato "ulteriori trasferimenti di poteri decisionali e di quote di sovranità" (e questo sì che fu un atto incostituzionale, al di fuori delle sue prerogative).

Eppure Napolitano nel 1978, quando era ancora il compagno Giorgio, una lucida previsione su quello che sarebbe accaduto l'aveva fatta. In occasione di una Direzione del Pci sul Sistema monetario europeo (Sme), si oppose al regime di cambi fissi tra le monete comunitarie. Come si legge dal verbale, conservato presso l'Istituto Gramsci, l'attuale Presidente disse: "Inserendoci in quest’area, nella quale il marco e il governo tedesco hanno un peso di fondo, dovremo subire un apprezzamento della lira e un sostegno artificiale alla nostra moneta. Nonostante ci sia concesso un periodo di oscillazione al 6%, saremo costretti a intaccare l’attivo della bilancia dei pagamenti. Lo Sme determinerà una perdita di competitività dei nostri prodotti e un indebolirsi delle esportazioni. C’è un attendibile pericolo di ristagno economico”. Parole che oggi risuonano quasi profetiche.

La cieca fede europeistica di Napolitano ha poi "imposto" il governo Letta. Sia ben chiaro, vista la situazione e il comportamento del Movimento 5 Stelle, non è che potesse inventarsi qualcosa di diverso. Ma quello che ha stupito, è stata la sua convinzione che un esecutivo di larghe intese, la cui "unica ragione sociale" era il pagamento degli interessi sul debito, potesse obbligare ad un cambio di passo l'Unione e sconfiggere contemporaneamente l'ondata populista.

Nel 2014 è arrivato il suo appoggio a Matteo Renzi, del tutto incondizionato. Napolitano ha scelto di puntare su un Presidente del Consiglio "eletto" ai gazebo del Pd. Il rottamatore, che doveva essere il salvatore della patria, non ha però ottenuto risultati finora: l'Italia è in deflazione, il semestre europeo (al di là degli slogan) si è dimostrato un fallimento, la crisi industriale continua, la disoccupazione ha toccato quota 13,2% (con Letta era al 12,9%).

Napolitano ha difeso, senza esitazione, le "riforme strutturali" di Renzi (cioè quelle che tolgono diritti ai lavoratori) dalle accuse dei sindacati, che ha definito "conservatori". E badate bene, le prese di distanza dalla Cgil non sono state pronunciate per ricordare all'organizzazione il suo ritardo rispetto alla questione dei precari e delle partite Iva, ma sempre e soltanto in base al dogma della stabilità.

Come se non bastasse, poi, il Presidente non ha mosso un dito sul reddito di cittadinanza, misura che in Europa non ha adottato solo l'Italia, la Grecia e la Bulgaria.

Infine, Napolitano ha voluto fare un ultimo favore a Renzi, ovvero quello di restare altre due settimane dopo capodanno. La sua speranza, forse vana, è quella di concludere il cammino delle "riforme", cosa che non sarebbe potuta avvenire nel caso in cui fosse stata anticipata la convocazione della Camere in seduta comune.

Così l'ultimo "regalo" che Napolitano vorrebbe lasciare al paese è quello di una Riforma del Senato, che prevede la nomina dei senatori da parte del ceto politico, e una legge elettorale pasticciata e forse lesiva del diritto di rappresentanza.

Re Giorgio, anche se non è nella posizione di ammetterlo, lascia un paese in declino. D'altro canto siamo certi che il compagno Giorgio, in cuor suo, è perfettamente consapevole della tendenza oggettiva del sistema economico attuale e dei danni che comporta per la democrazia. Ma a certi problemi non può dare soluzione né un Presidente della Repubblica né un anonimo potere tecnocratico.

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