Renzi, la dura salita del Colle

A due settimane dalla prima votazione per il nuovo capo dello Stato non è chiaro qual è il gioco condotto da Matteo Renzi, con un occhio rivolto alle turbolente minoranze Pd e con l’altro occhio attento alle mosse e contromosse di Silvio Berlusconi, deciso a non mollare ... l'osso.

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Il premier lancia segnali contrastanti: si fa baldanzoso quando afferma che non gli servono i voti di Berlusconi ma poi si fa “smentire” dalla vice Debora Serracchiani che torna a ricordare l’importanza di un accordo con il capo di Forza Italia.

La partita del Colle, si sa, può valere l’intero campionato e anche di più perché, tant’è si cerchi di sminuirne il ruolo, il presidente della Repubblica è tutt’altro che un semplice notaio potendo esercitare poteri di grande peso e di grande incidenza sulla politica, a cominciare dalla nomina del presidente del Consiglio e dallo scioglimento delle Camere, non ha un campo definito di intervento e – cita l’art. 90 – “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

Ricorda l’ex direttore de l’Unità Peppino Caldarola: “L’inquilino del Colle ha sulla carta più poteri di quelli che sinora tutti abbiamo ritenuto. L’idea di mettere al Quirinale una figura di secondo piano non è esente dal rischio che chi sarà eletto, una volta dentro, accorgendosi di avere molti poteri abbia voglia di esercitarli”.

Ma il premier, il governo, i partiti, la politica italiana volano basso, con una scarsissima credibilità nazionale e internazionale. Un premier (Renzi) della presidenza del semestre Ue che tiene il discorso di commiato in un’aula semi-deserta, lo stesso premier che nel corso della marcia di Parigi, è stato piano piano relegato dal primo posto della fila accanto alla Merkel a una terza fila anonima, il ministro degli Interni Alfano che svolge la sua relazione su come contrastare il terrorismo nel nostro Paese in un aula del Parlamento Italiano deserta sono segnali inequivocabili dello “status” della nostra politica.

Serve uno scatto d’orgoglio e l’elezione del nuovo capo dello Stato può essere l’occasione giusta. Va ricordato che il presidente Napolitano si è dimesso certo per motivi di età ma ha anche dichiarato, cosa inusitata nella storia dei nostri presidenti della Repubblica, che era felice di ritornare nel focolare domestico stanco di esercitare le sue pur difficili funzioni in un clima politico di assoluta irrazionalità.

Dice l’ex ministro della Difesa e presidente del PPI Mario Mauro: “Mi auguro che la classe politica in generale abbia la capacità, pur senza l’aiuto dello spirito Santo, di imitare la Chiesa che sempre è riuscita ad eleggere Pontefici adeguati nel momento in cui si è svolto il Conclave. Non a caso questa Istituzione esiste, anche se a volte intaccata da vicende non sempre esaltanti, da 2000 anni. Un Presidente adeguato, largamente apprezzato, sarebbe un primo qualificato segno di un nostro “Rinascimento” morale che inciderebbe inevitabilmente sulla ripresa della credibilità dell’attuale classe dirigente. Analogo discorso varrà sulla legge elettorale all’esame del Parlamento”.

In caso contrario non si può non ritenere delegittimata questa maggioranza di Governo e dichiarare terminata l’attuale legislatura ritenendola un bluff istituzionale che ha provocato solo danni agli Italiani.

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