Jihad ed espulsioni, quando Charlie Hebdo tradisce se stessa

Dalla sospensione della privacy alle espulsioni di sospettati "simpatizzanti" terroristi, quanto siamo disposti a sacrificare in nome della nostra sicurezza?

"Je Suis Charlie" è stato lo slogan diventato per qualche giorno una sorta di motto generazionale per i cittadini europei. Addirittura il giornale Charlie Hebdo pubblicato subito dopo la strage nella redazione di Parigi ha raggiunto la tiratura record di oltre 7 milioni di copie (su eBay lo vendono a cifre notevoli): tantissimi, in nome della libertà di espressione (che poi la vera libertà è nel pensiero, che viene subito prima dell'espressione), hanno messo la copertina di Charlie Hebdo come foto profilo sul loro social network preferito; il ministro dell'Interno Angelino Alfano aveva affermato, questa volta in nome della "libertà di circolazione", la sua contrarietà a limitare la permeabilità delle frontiere nazionali europee permessa grazie agli accordi di Schengen.

Insomma, per qualche ora è sembrato che l'Europa intera volesse liberarsi dei lacci e lacciuoli di culture medioevali per abbracciare una sorta di libertarismo spinto alla massima potenza di fuoco: è bastato poco per capire che stavamo scherzando. E così lo stesso Angelino Alfano che l'11 gennaio parlava di Schengen come "conquista di libertà" il 15 dello stesso mese taceva sul ripristino dei controlli frontalieri e la "blindatura" suggerita da una circolare del Dipartimento dell’Immigrazione del Viminale. Probabilmente l'allerta si è alzata, avremo pensato tutti noi.

Possibile. Come possibile è che i cittadini stranieri che in queste ore stanno venendo espulsi dal Paese abbiano nel concreto svolto attività di sostegno al terrorismo jihadista. Solo che nessuno ha ci spiegato come e perchè.

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Succede quindi che Faqir Ghani, un operaio pachistano volontario della Croce Verde in Italia dal 2001, venga espulso perchè sospettato di avere contatti con il terrorismo: il suo legale, intervistato a Effetto Giorno su Radio24, non ha potuto prendere visione dei documenti, che tuttavia avrebbero persuaso le autorità italiane a decidere per l'espulsione di Ghani, che avrebbe la grave colpa di aver cliccato "Mi piace" su alcune pagine "inneggianti al Jihad" e guardato alcuni video "di propaganda jihadista".

Certamente le autorità avranno valutato attentamente ogni aspetto della vita di Ghani prima di decidere per l'espulsione: d'altra parte non possiamo escludere che lo stesso pakistano non fosse veramente un aspirante terrorista. Come non possiamo escludere il contrario: in base infatti ai dati forniti dalle autorità italiane Ghani avrebbe l'infame colpa di frequentare siti internet, non di avere cercato o ottenuto contatti con il Daesh, al-Qaeda o chicchessia; in base a quanto ne sappiamo Ghani potrebbe essere semplicemente un musulmano curioso, come il sottoscritto è un giornalista che passa ore ed ore della sua giornata su internet a scandagliare account Twitter, blog, siti internet, pagine Facebook, a guardare ore di video, a leggere (e cercare di tradurre) gigabyte di documenti tutti inneggianti al Jihad.

Dovrei temere anche io l'arrivo delle teste di cuoio in casa? Credo di no, ma certo la questione è interessante per diversi aspetti: su tutti quello relativo alla nostra libertà di pensiero (e non di espressione, della quale si abusa abbondantemente), una libertà che è messa a dura prova, ad esempio, dalle ordinanze di oscuramento dei server o dalla cancellazione dei video su YouTube.

Se Faqir Ghani avesse cliccato "Mi Piace" sulla fanpage NoTav (come molti di noi hanno fatto), questo farebbe di Ghani un militante NoTav (o peggio un "terrorista" NoTav)? Forse si, visto il processo allo scrittore Erri De Luca.

Secondo Immanuel Kant la libertà di pensiero è questo:

"Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!"

Quanto siamo disposti a sacrificare della nostra libertà più personale in nome della nostra sicurezza? A delegare tale libertà a qualcun'altro, che sia un'azienda, un servizio di intelligence o il questurino di turno?

Lo studente turco dell'Università Normale (pare un futuro luminare della fisica dei buchi neri) espulso pochi giorni fa da Pisa e dall'Italia dopo un breve passaggio per il Cie romano di Ponte Galeria, è emerso essere solo un giovane piuttosto paranoico che ha mandato qualche email di troppo. Se leggeste le email (quelle in cui sono in copia) che qualche mio contatto manda a questo o quel politico, a questo o quel ministro, a questo o quel magistrato vi rendereste conto di quanto sia facile, a volte, degenerare nei toni. Basta anche solo accendere la TV.

Insomma, se è possibile che chi viene espulso perchè "ha cliccato" su portali che inneggiano al Jihad sia veramente un aspirante terrorista, è altrettanto possibile che la questione in ballo, anche in questo caso, sia sempre la stessa: la nostra libertà. Sarebbe poi altrettanto interessante capire chi è che decide che questo o quel contenuto va oscurato e sulla base di quali valutazioni.

Ci è voluto pochissimo perchè i fatti, ovvero il ripristino dei controlli transfrontalieri nella zona Schengen, sbugiardassero il ministro Alfano in poche ore; ci vorrà pochissimo perchè il tale sito web venga chiuso perchè inneggiante al Jihad (che poi è una parola dagli innumerevoli significati ed interpretazioni, dalle più nobili alle più barbare), e ci vorrà pochissimo poi a chiudere nuovamente, con l'ennesima ordinanza del magistrato, persino i Charlie Hebdo, che in quanto "provocatori" da un certo punto di vista non solo "se la sono cercata" ma sopratutto "hanno messo in pericolo tutti noi".

Forse non è tanto ragionare per assurdo, non vi pare? Un assaggio di questa questione l'avevamo già avuto durante lo scandalo Datagate/NSA del quale ci siamo tutti dimenticati un po' troppo in fretta.

Una logica, questa, che bisognerebbe rifuggere perchè implica che la libertà di pensiero commissariata dall'autorità religiosa, giudiziaria, politica o istituzionale che sia, perchè un giorno altri Martin Niemöller non debbano più scrivere dell'inattività degli intellettuali di fronte all'ascesa dei nazisti.

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