Egitto: Anniversario di morte a Piazza Tahrir

Dopo le manifestazioni che celebravano le rivolte del 2011, si contano 23 morti. Tra questi anche Shaima al-Sabbagh, attivista dell'Alleanza Socialista. Al-Sisi, intanto, teme che i pro-Mubarak possano farlo fuori

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Inutile girarci intorno, l'Egitto del generale golpista Abdel Fattah al-Sisi è un regime di polizia, che non riesce ad imboccare una via democratica. Testimonianza di ciò è quanto accaduto in occasione dell'anniversario della rivoluzione anti-Mubarak del 2011. Gli scontri, che si sono verificati nei vari governatorati del paese, hanno prodotto 23 morti e 97 feriti. Numeri, questi, da prendere con il beneficio del dubbio, visto che sono stati diffusi dal ministero della Sanità agli "ordini" del Presidente.

Il governo, come sempre, ha dato tutta la responsabilità degli scontri ai militanti della Fratellanza Musulmana. Ma per chi segue da vicino la vicenda egiziana, tale rappresentazione della realtà suona caricaturale e falsa. E la morte Shaima al-Sabbagh, attivista dell'Alleanza Socialista, ne è la conferma.

Il 25 gennaio, la giovane donna di 32 anni, madre di un bambino di 5, stava portando delle rose a Piazza Tahrir per commemorare i morti delle rivolte del 2011, quando è stata colpita da un proiettile di gomma. Il colpo è stato sparato da un poliziotto a pochi metri di distanza da lei e, secondo l'autopsia, le ha perforato cuore e polmoni. Ma non è tutto, un'amica di Shaima, come ha riportato Il Manifesto, ha dichiarato che in ospedale hanno chiesto al marito Osama di dire che si è trattato di un suicidio, altrimenti non avrebbero dato autorizzazione alla sepoltura.

Quando, poi, la notizia è incominciata a circolare sui media internazionali, solo allora il Ministero dell'Interno ha promesso che sarebbero stati fatti degli accertamenti, pur continuando a negare la responsabilità della polizia.

In questa triste vicenda è facile riscontrare tutte le contraddizioni di Al-Sisi, che è riuscito a togliere il potere alla Fratellanza ma senza avere mai un reale consenso popolare. E non poteva essere altrimenti, visto che nel 2013, lo rammentiamo, ha dato l'ordine di uccidere 700 manifestanti che reclamavano il reintegro del deposto Presidente Morsi. Da allora, ha attuato una repressione durissima nel paese. Non solo violando i diritti dei membri della fazione islamista, che sono finiti tutti alla sbarra, ma soffocando qualsiasi tipo di opposizione al suo governo.

A tale riguardo, ricordiamo che ha fatto approvare una legge che dispone che le strutture pubbliche siano messe sotto la giurisdizione dell'esercito, ha fatto arrestare circa 5.000 studenti e ha riempito le carceri di attivisti laici. Tra questi anche la femminista Yara Sallam (qui l'appello di Amnesty per la sua scarcerazione). Inoltre, alla lista bisogna aggiungere lo sfollamento nel Sinai settentrionale, che più che fermare le infiltrazioni terroristiche nel territorio ha messo in una situazione drammatica migliaia di famiglie poverissime.

Le continue violazioni commesse dal regime sono state denunciate da molte organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch. La Ong, attraverso Sarah Leah Whitson, fa sapere che "le prigioni e le stazioni di polizia sono piene di sostenitori dell'opposizione, arrestati durante i rastrellamenti. Le persone sono detenute in situazioni disumane di sovraffollamento. Le morti sono una conseguenza prevedibile di queste condizioni".

E' palese che l'Egitto stia vivendo una guerra civile, ma il "mondo libero" ha scelto di girare la testa dall'altra parte. Tale scelta è figlia della convinzione che al-Sisi sia un alleato prezioso in Libia, anche se il suo interventismo non ha prodotto risultati, e che ci "assicuri" dall'avanzata del fondamentalismo nel Maghreb in generale. La realtà, però, è ben diversa se si analizza l'efficacia dell'azione militare e politica de Il Cairo.

Che l'Unione Europea, poi, abbia deciso di far finta di nulla sul caso egiziano è stato comprovato dall'ultimo viaggio di al-Sisi in Italia. Mounir Fakhry Abdel, il ministro dell'Industria e del Commercio, a poche ore dalla visita ufficiale fece una dichiarazione choc: "L'Egitto è in guerra e deve saper scegliere le sue priorità. E in questo momento difficile ed eccezionale, la priorità è combattere il terrorismo, anche a scapito dei diritti umani". Matteo Renzi non ha nemmeno preso in considerazione queste parole, anzi, mentre Edison e Finmeccanica si impegnavano in nuovi accordi commerciali con il paese nord-africano, ha espresso tutta la sua vicinanza al governo de Il Cairo: "Solidarietà all'Egitto per gli attacchi terroristici delle ultime settimane: l'Italia è al fianco del governo egiziano e farà di tutto perché la stabilità dell'area, che non può che passare dalla lotta senza quartiere al terrorismo, sia affermata senza cedimento e debolezza".

Ma cosa preoccupa veramente al-Sisi in questo momento? Dopo il proscioglimento dalle accuse di omicidio dell'ex Presidente Mubarak e la scarcerazione dei suoi figli Alaa e Gamal, il generale golpista rischia di perdere la sua egemonia sul Partito Nazionale Democratico. I pro-Mubarak, che considerano al-Sisi un traditore, ora potrebbero tornare alla ribalta. Tra questi non ci sono solo molti esponenti del partito, ma anche un pezzo consistente dell'esercito, guidato da personalità come Sami Annan.

Così al-Sisi, l'uomo dal "pugno di ferro", il nostro alleato contro lo jihadismo, si sta dimostrando solo un tiranno che non riesce a tenere la situazione sotto controllo. Mentre taglia i sussidi ai lavoratori e organizza azioni di guerra nel paese, vive confinato in una base militare a Heliopolis, in preda alla paranoia di essere fatto fuori.

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