Chi era Piersanti Mattarella, il fratello di Sergio ucciso dalla mafia

La storia di Pierssanti Mattarella: il Presidente della Regione Sicilia che non volle scendere a patti con i Corleonesi

Tutte le maggiori testate italiane, nel tracciare il profilo politico del candidato al Colle, Sergio Mattarella, ricordano che "è il fratello di Piersanti". Quest'ultimo, anche lui politico democristiano, fu ucciso dalla mafia nel 1980.

Il padre di Sergio e Piersanti, Bernardo è stato esponete della Democrazia Cristiana e più volte ministro della Repubblica. Ebbe un rapporto profondo con Don Luigi Sturzo e il suo approccio politico-culturale è stato assorbito pienamente in ambito familiare.

Piersanti, infatti, ebbe una formazione religiosa (studiò a Roma al San Leone Magno) e fu esponente dell'Azione Cattolica. Fra i suoi punti di riferimento, durante la sua militanza politica, ci furono due esponenti della Democrazia Cristiana che avevano una sensibilità "sociale", più orientata a sinistra: Aldo Moro e Giorgio La Pira.

Dopo essere diventato assistente di diritto privato all'Università di Palermo, divenne consigliere comunale della Dc negli anni '60. Successivamente riuscì ad essere eletto all'Assemblea Regionale, dove ricoprì più volte l'incarico di Assessore e poi quella di Presidente della Regione nel 1978

Da Presidente, dopo un furente attacco di Pio La Torre (esponente comunista anche lui ucciso dalla mafia) all'assessorato all'Agricoltura, Mattarella decise di rivedere la gestione dei contributi agricoli regionali. La sua presidenza della Regione, dunque, fu ispirata saldamente a principi di legalità, senza cedimento alcuno a collegamenti anche indiretti con Cosa Nostra.

Il 6 gennaio 1980 fu ucciso da un killer a colpi di pistola, mentre si trovava in macchina con la moglie, i due figli e la suocera. In un primo momento, la matrice dell'attentato fu considerata terroristica. La tesi fu corroborata dal fatto che arrivarono rivendicazioni da un gruppo neo-fascista.

La modalità anomala dell'omicidio sollevò subito un dibattito. A questo partecipò anche lo scrittore Leonardo Sciascia, che propendeva per l'attentato terroristico e non per quello mafioso: "Non mi pare insomma di trovarmi di fronte ad un delitto di Mafia, anche se nessun dato di fatto possa in questo momento appoggiare la mia impressione. Non sono, d’altra parte, d’accordo con coloro che lo vedono come un delitto terroristico a partecipazione mafiosa" (Fonte Radio Radicale).

La requisitoria, a cui partecipò in maniera significativa Giovanni Falcone, portava ad individuare i responsabili dell'uccisione di Mattarella nell'area dell'estrema destra armata. In particolare, i sospetti ricaddero su due combattenti dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari): Valerio Fioravanti (poi condannato come esecutore materiale della strage di Bologna) e Gilberto Cavallini.

Dopo la morte di Falcone,l'omicidio Mattarella venne addebitato unicamente alla mafia. Centrali, a riguardo, furono le dichiarazioni del pentito Tommaso Bsucetta. Quest'ultimo, come riportato dagli atti di un interrogatorio , ebbe a dire: "Bontate e i suoi alleati non erano favorevoli all'uccisione di Mattarella, ma non potevano dire a [Salvatore0] Riina (o alla maggioranza che Riina era riuscito a formare) che non si doveva ammazzarlo [...] In ogni caso [...] fu certamente un omicidio voluto dalla Commissione".

Mattarella era inviso ai Corleonesi, che mal sopportavano la sua opera di modernizzazione e l'ostilità dimostrata nei confronti di Vito Ciancimino. Questo era il referente politico di Riina ed aveva siglato un accordo con Salvo Lima (poi ucciso dalla mafia), appartenente alla corrente andreottiana.

Ad essere condannati come mandanti dell'omicidio, nel 1995, furono i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Tuttavia, nel corso del procedimento, la moglie di Piersanti dichiarò di riconoscere l'esecutore materiale in Fioravanti. Ma la testimonianza della signora Mattarella non fu ritenuta attendibile. Così come non furono ritenute attendibili le testimonianze di Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, e del pluriomicida Angelo Izzo, che accusarono l'ex terrorista dei Nar.

Per il collaboratore di giustizia, Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti aveva consapevolezza dei rischi che correva Mattarella. Tale circostanza è stata riportata nella sentenza di assoluzione del giudizio di Appello nei confronti dell'ex Presidente Consiglio. Sempre secondo la sentenza, Andreotti incominciò un'azione di contrasto alla mafia solo dopo l'omicidio del Presidente della Regione Sicilia.

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