Primarie Pd fra luci e ombre

Le primarie del cosiddetto centro-sinistra svoltesi ieri in Campania e nelle Marche (anche in Abruzzo) per decidere sui candidati presidente di regione nelle prossime elezioni del 10 maggio non sono state per il Pd il solito flop condito di veleni e accuse.

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La forte partecipazione ai gazebo ha coperto dubbi e magagne ma non cancella gli interrogativi di fondo su uno strumento di democrazia con limiti e strumentalizzazioni tutt’ora irrisolti, a cominciare dalla legalizzazione e regolamentazione delle stesse.

In Campania e nelle Marche i due vincitori Vincenzo De Luca e Luca Ceriscioli sono diversi in tutto ma entrambi sono, pur a modo loro, “figli del partito” e grazie (anche o soprattutto?) al Pd di come è oggi ridotto hanno sconfitto i rispettivi avversari, anche loro diversi nelle due regioni.

Al di là delle loro qualità ed esperienze personali (di fatto due sindaci o ex sindaci di lungo corso) entrambi hanno vinto perché hanno avuto dalla loro parte i lunghi tentacoli del partito apparato, sostanzialmente la piovra clientelare che tiene in mano il “mercato” delle tessere e dei voti, in qualunque occasione.

Do ut des è la regola nel Sud come oggi al centro e al nord e gli inquinamenti in Emilia Romagna, in Liguria ecc. sono stati la punta di un iceberg che cova ovunque, Campania e Marche comprese.

Non bisogna fare di tutta un’erba un fascio, è vero, ma è altrettanto vero che i non pochi cittadini in buona fede che hanno votato ieri nei gazebo sono l’eccezione che conferma la regola. Non necessariamente chi ha vinto è il peggiore, e sia De Luca in Campania che Ceriscioli nelle Marche non sono peggiori di altri, non solo del Pd.

Il nodo di fondo resta - in tutto l'iter dalla base ai vertici - la selezione dei gruppi dirigenti, la formazione del consenso, tutto il complesso sistema di relazioni che poggia su atti pubblici, in definitiva il rapporto fra partiti e istituzioni. La politica, spesso la malapolitica domina incontrastata in una terra di nessuno dove le istituzioni sono facile preda di correnti, capi bastone, amici e amici degli amici, veri e propri clan dediti all’arte del clientelismo, alle furbizie e al malaffare.

Sono sempre gli altri, si sa, i “cattivi”, in quella logica del bianco e nero, del bene e del male, che restano l’ideologia vincente di chi tira oggi i fili della politica. Ecco perché c’è la corsa alle liste, a chi grida di più, a chi denuncia più forte il “nemico”.

Una parte degli italiani ci casca ancora, in una trappola dove la democrazia è inutile orpello, dominata da populismo e demagogia. E gli altri italiani? Restano a casa, lontani oggi dai gazebo, domani dalle urne.

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