Stato Islamico e nuovi equilibri geopolitici, parla l’esperto

Marco Demichelis (Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano) ci guida alla scoperta dei nuovi equilibri generati nel Vicino e Medio Oriente dall’ascesa del Daesh

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In meno di un anno, l’avanzata dello Stato Islamico ha rivoluzionato gli equilibri geopolitici del Vicino e del Medio Oriente. L’espansione delle milizie di Abu Bakr al-Baghdadi fra Iraq e Siria ha preso alla sprovvista anche gli analisti più attenti. I video delle esecuzioni di prigionieri occidentali hanno veicolato l’immagine di un gruppo pronto a tutto pur di espandersi, mentre le mosse in campo economico hanno fatto emergere una struttura inedita, capace di autofinanziarsi e di svincolarsi dagli sponsor della prima ora e, allo stesso tempo, di ripensare un “welfare” alternativo nei territori sotto il proprio controllo. Questa prepotente irruzione nell’immaginario occidentale ha provocato derive sensazionalistiche e un’assuefazione alle semplificazioni. Per contribuire a una maggiore comprensione di ciò che sta avvenendo nel Vicino e Medio Oriente noi di Polisblog abbiamo intervistato Marco Demichelis, ricercatore del dipartimento di Scienze Religiose dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano e autore di Storia dei Popoli Arabi. Dal Profeta Muhammad alle Primavere Arabe, edito dalla torinese Ananke.

1. Il suo libro “Storia dei Popoli Arabi” è un valido strumento per evitare le semplificazioni tipiche del giornalismo che si confronta con le questioni del Vicino e Medio Oriente senza conoscere i movimenti politici e di pensiero che hanno condotto alla attuale situazione. Quali sono, secondo lei, i maggiori malintesi dell'Occidente in relazione all’avanzata jihadista e alle lotte fra sciiti e sunniti nei paesi arabi? Esiste un vizio di forma nell'interpretazione occidentale?

La storia tra l’Islam e il Cristianesimo o, come viene oggi evidenziato in maniera erronea, tra l’Islam e l’Occidente (come se gli Stati Uniti, l’Italia o la Francia fossero paesi che condividono idee comuni su concetti come laicità e secolarizzazione) è purtroppo molto ricca di equivoci, a partire dalla considerazione della religione islamica come una forma deviante del Cristianesimo, fino a quella, del tutto contemporanea, del considerare l’Islam in quanto rivelazione monolitica ed in perenne stagnazione.
Sciismo e Sunnismo, al contrario, sono in conflitto da pochi decenni e negli oltre 1400 anni di storia islamica, la loro contrapposizione è stata più politico- teologica che radicata su effettive guerre di religione. È soltanto dopo il successo della Rivoluzione in Iran (1979) che alcuni paesi arabi, inizialmente l’Arabia Saudita, hanno dichiarato guerra allo Sciismo, il quale ha un ruolo minoritario nel mondo islamico (circa il 10% dei musulmani). Si potrebbe sostenere che come l’Arabia Saudita si è impegnata ad incentivare e ad assecondare forze anti-sciite in fase post ’79 (con il contributo di Stati Uniti e l’Iraq di Saddam Hussein), oggi, Riyad si è adoperata insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain ecc., a far naufragare le “Primavere”.
L’Occidente negli ultimi 70 anni ha sfoggiato una politica democratica per quanto concerne le scelte nazionali, tuttavia, per quanto riguarda quella estera, il suo comportamento è stato alquanto discutibile. Sia durante la Guerra Fredda che dopo la caduta del muro di Berlino, Stati Uniti ed Unione Europea hanno continuato ad essere profondamente deficitari nel promuovere una politica estera efficacemente democratica, che avrebbe dovuto essere caratterizzata da azioni precise, quali: sostenere dal punto di vista economico solo paesi a loro volta democratici, non organizzare colpi di stato, impedire alle proprie multinazionali di far affari con regimi che non raggiungono determinati standard. “Esportare la democrazia con i marines” è profondamente anti-democratico, farlo inoltre per defenestrare un dittatore senza essere in grado di pianificare una effettiva ricostruzione, denota un vizio di forma che pone in dubbio l’effettiva superiorità morale delle democrazie, Stati Uniti in testa.

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Il Daesh fra propaganda e business

2. La strategia mediatica dello Stato Islamico ambisce a generare una sopravvalutazione occidentale del pericolo rappresentato dalle milizie di Abu Bakr al-Baghdadi? Quali sono, se ci sono, i reali pericoli dell'avanzata del Daesh?

Certamente sì, il cosiddetto “Stato Islamico” è già accerchiato: Curdi, Iran, la Siria di Asad, la Giordania, l’Iraq sciita del Sud e la Turchia, non possono permettersi d’accettare ulteriormente l’estensione del “Califfato” (termine politico oltretutto erroneo, perché non c’è alcuna base religiosa coranica che approvi la sua formazione). Il pericolo effettivo è il fascino “di morte” che si sta creando attorno all’ISIS; il racconto propagandistico che Daesh ostenta è diretto sia ad alcune tipologie di musulmani, sia geograficamente a quegli stati dove vi è una situazione fortemente anarchica: Libia, Siria, nord-Iraq e Yemen.
Tuttavia è importante sottolineare alcune differenze. Se per esempio la Turchia di Erdogan ha finanziato direttamente Daesh, e ha permesso a qualche migliaia di “foreign fighters” europei di raggiungere la Siria attraverso il suo poroso confine; i Curdi, combattono lo stato islamico per poter creare quel Kurdistan, che già i primi accordi di pace post Prima Guerra Mondiale (Pace di Sèvres) sancivano. È quindi fondamentale comprendere come attori diversi possano avere obiettivi molto differenti in relazione a Daesh, con il rischio di non favorire una soluzione definitiva del problema.

3. Quali sono le differenze fra lo Stato Islamico e i gruppi terroristici che lo hanno preceduto? Quale strategia ha permesso ad Abu Bakr al-Baghdadi di imporre un califfato fra Siria e Iraq?

Più che la strategia sono stati i finanziamenti esteri e il vuoto di potere lasciato nella zona a maggioranza sunnita dell’Iraq, a causa sia della scriteriata politica di Nouri al-Maliki, l’ex primo ministro iracheno, che della cecità statunitense. È infatti nel nord dell’Iraq che Abu Bakr al-Baghdadi ha manifestato le sue prime vere intenzioni. In seguito, a partire dal 2011-2012, la deflagrazione della Siria ha favorito l’esportazione della violenza anche contro il regime di Bashar al-Asad, in particolare dopo che Hezbollah, nel marzo 2013, è intervenuta dal Libano in sostegno a Damasco. Per quanto concerne invece le differenze con gli altri gruppi terroristici, è ancora presto per formulare delle ricette condivise, certamente le scelte comunicative dimostrano una notevole superiorità in paragone ai vecchi messaggi di Osama Bin Laden o Ayman al-Zawahiri: video in HD che prevedono tecniche di montaggio particolari, sottolineano come queste produzioni difficilmente siano realizzate nel nord dell’ Iraq. Inoltre la capacità del “Califfato” di auto-finanziarsi (imposizione di tasse locali, vendita di petrolio, riscatti) è al momento un aspetto interessante e direi, fondamentale, in una prospettiva di medio- lungo periodo.

4. Quali sono gli elementi della tradizione sunnita sui quali si fonda la propaganda di Abu Bakr al-Baghdadi?

Non si può dire che ci siano elementi della tradizione sunnita sui quali il Califfato si fonda, anche perché almeno fino all’11 Settembre 2001, i cattivi maestri dello jihadismo offensivo (essendo il Jihad, quando interpretato come “guerra santa” una prassi esclusivamente difensiva) erano i soliti noti: S. Qutb (d. 1966), Abu Ala l’Maududi (d. 1979) e Abdullah Azzam (d. 1989). Al momento, il Califfato si radica su una interpretazione alquanto parziale della normativa islamica in vigore in alcuni paesi musulmani; Daesh è ancora estremamente fragile e i principi egalitari che sta cercando di espandere per raccogliere un maggiore numero di accoliti, sottolineano un processo di totale ed assoluta semplificazione dell’Islam.

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Il ruolo degli Stati Uniti

5. La situazione mediorientale rappresenta il più grande rompicapo dell'ultimo biennio dell'amministrazione Obama. Quali sono stati i principali errori commessi e che tipo di scenari potrebbero configurarsi in futuro?

Obama è stato poco coraggioso, ma sarebbe riduttivo e troppo facile da affermare; è il sistema- paese che è incapace a realizzare cambiamenti rilevanti nelle proprie decisioni di politica estera, e in Medio Oriente in particolare. Due sono i problemi principali: la lobby petrolifera (Jeb Bush sarà candidato per i Repubblicani il prossimo anno) e la lobby ebraica (AIPAC). La prima, anche se oggi, sembra essere un po’ più indipendente dall’Arabia Saudita, continua a controllare un importante numero di Senatori e membri bipartisan della Camera dei Rappresentanti, e lo stesso si può dire per l’AIPAC. Quindi le “buone intenzioni” di Obama sia in relazione al conflitto israelo- palestinese, che ad un possibile accordo sul nucleare iraniano, riscontrano grossi ostacoli sul loro cammino. Sconcertante è constatare come al momento le due lobby in questione si trovino in accordo nell’impedire una risoluzione del problema nucleare iraniano, accettando un matrimonio tra interessi Sauditi e Israeliani, un tempo impensabile. Bisogna entrare nell’ottica che il sistema lobbystico statunitense è profondamente anti-democratico e nessun presidente può essere considerato veramente libero di prendere decisioni importanti in politica estera, soprattutto in Medio Oriente dove gli interessi economici sono particolarmente radicati.

6. A quattro anni dall'inizio delle rivolte in Siria, la situazione appare ancora nebulosa con le truppe dello Stato Islamico a nord est e il fronte di Al Nusra che sembra pronto a staccarsi da Al Qaeda e diventare indipendente. C'è la possibilità che si crei un nuovo Daesh?

Il fronte siriano è mutevole e fare previsioni diventa ogni volta un azzardo. Al momento si può dire che ci si trova in una fase di stallo: Turchia, Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar ecc. hanno tutta l’intenzione di defenestrare definitivamente gli Asad; dall’altro lato, Hezbollah, l’Iran e la Russia di Putin, agiscono in senso contrario. Raggiungere un accordo sembra al momento impensabile, sia per la quantità di attori in campo, sia per l’incertezza del loro agire. Un dato certo in questo oceano di punti interrogativi è che le forze laiche dell’Esercito Libero Siriano sono ormai ininfluenti. Difficile è prevedere se la Siria continuerà ad essere un paese che possa riconoscersi nella geografia del passato.

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Il Nord Africa e la questione israelo-palestinese

7. Libia ed Egitto rappresentano il fallimento della Primavera Araba. Quali sono le principali ragioni di questo doloroso stallo in due Paesi- chiave per le sorti del Mediterraneo?

Non porrei in paragone Egitto e Libia: sono due paesi con una storia recente alquanto diversa e con un ruolo all’interno dello scacchiere arabo troppo diseguale per quanto riguarda la storia e la recente politica estera. Tuttavia se l’Egitto si trova in questa situazione è, in parte, a causa della totale assenza di maturità politica della Fratellanza Musulmana. La Libia invece, dimostra l’ulteriore fallimento di Stati Uniti ed Europa anche solo nel comprendere il mondo arabo-islamico. Se il colonnello Gheddafi è caduto anche grazie all’intervento straniero, la fase di peace-enforcing e di peace-making non è stata programmata con competenza dalle forze in campo. Anche in questo caso le scelte politiche sono state annichilite da quelle economiche: la priorità è sempre stata quella di preservare la sicurezza dei pozzi, degli oleodotti e dei gasdotti; al contrario la Libia e i libici sono stati abbandonati al loro destino. Nel febbraio 2014, il Columnist del NYT, Nicholas Kristof si chiedeva, dove fossero finiti i “professori”, sottolineando come stiano scomparendo le competenze per poter prendere le decisioni politiche migliori, tra lobbysmo, malversazioni e beata ignoranza. Diventa difficile, purtroppo, non dargli ragione.

8. Chiudiamo con l'annosa questione israelo-palestinese. I nuovi scenari delineati dallo Stato Islamico - per esempio un allineamento di comodo fra Usa e Iran - possano mutare gli equilibri e i rapporti di forza in un'area estremamente delicata?

Un dato certo è che in tutti questi mesi l’offensiva di Daesh non ha guidato alcun attacco contro Israele: al momento, pur essendo il Golan un confine insicuro (come le recenti scaramucce con Hezbollah hanno dimostrato), il “Califfato” massacratore di Cristiani e Yazidi, non ha avuto l’ardire di spingersi in Galilea. Gli scenari, in relazione ad un possibile accordo tra Stati Uniti ed Iran sul nucleare, potrebbero favorire qualche alternativa all’annosa questione. Tuttavia permangono alcuni passaggi obbligati: il risultato delle elezione israeliane del 17 marzo, che potrebbero decretare la fine della carriera politica di Bibi Netanyahu e quelle statunitensi del prossimo anno, lobbysmo permettendo. Invece i palestinesi, è fondamentale sottolinearlo, sono in carenza di leader in grado di attuare cambiamenti decisivi e convincenti; non faccio riferimento ad Hamas, o al ritorno di Mohammed Dahlan, ma ad una guida che non sia in carcere e che possa, con efficacia, promuovere una politica di emancipazione esterna ai salotti della diplomazia e delle Nazioni Unite. Il boicottaggio internazionale contro i prodotti delle colonie e più in generale d’Israele ha segnato negli ultimi anni alcuni successi, tanto da aumentare gli aiuti statunitensi verso Tel Aviv; tuttavia come ha sottolineato in una famosa intervista Nelson Mandela, l’autodeterminazione è un diritto che non si può porre in discussione quando la richiesta giunge da una nazione non alleata (i palestinesi), considerandola invece in caso contrario. La parzialità decisionale dell’Occidente nel conflitto israelo-palestinese, in tutti questi anni, continua ad essere una nostra totale responsabilità.

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* I link nelle risposte sono suggeriti dall'intervistato, Marco Demichelis.
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