Iran, nucleare: Intesa entro fine marzo?

Teheran si mostra fiduciosa, parla di "progressi" importanti e annuncia un possibile accordo quadro con le potenze del 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) entro il 20 marzo. Tuttavia, al di là degli entusiasmi, sappiamo che non sarà semplice chiudere il negoziato entro il 31 marzo (giorno in cui è fissata la scadenza), visto che l'opposizione repubblicana statunitense non è affatto propensa a grandi aperture di credito nei riguardi della Repubblica islamica.

La fase finale della trattativa si apre con un doppio confronto. Mohammad Javad Zarif, ministro degli Ester iraniano, vedrà prima a Losanna il Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Kerry, e poi a Bruxelles i rappresentanti dei cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania. Fonti nordamericane, però, rivelano che i repubblicani hanno intenzione di mettere i bastoni tra le ruote alla Casa Bianca. Si dicono pronti, infatti, a revocare qualsiasi intesa non appena scadrà il mandato di Barack Obama.

Sul nucleare iraniano, c'è un tale clima di tensione a Washington che un portavoce del Presidente ha fatto sapere, in una nota, che verrà posto il veto qualora la maggioranza repubblicana al Congresso presentasse una proposta di legge per fermare tutto. La norma sarebbe finalizzata ad ottenere, entro 60 giorni, la revisione o l'abrogazione dell'accordo con Teheran.

Anche l'Arabia Saudita rappresenta un altro impedimento per l'amministrazione americana. A tale proposito, l'ex capo dei servizi segreti della monarchia del Golfo, Turki al Faisal, in un’intervista alla Bbc, ha dichiarato: "Ho sempre detto che qualsiasi cosa verrà fuori da questi colloqui anche noi la vorremo. Quindi se l’Iran otterrà il permesso di arricchire l’uranio, lo chiederanno anche noi e molti altri paesi".

L'Arabia Saudita, solido alleato degli Usa ma molto incline a salvaguardare i suoi interessi, osteggia un possibile incremento d'influenza strategica ed economica dell'Iran sciita nell'area mediorientale. Dunque, le parole al Faisal devono essere interpretate come una chiara minaccia nei confronti di Washington, che dovrebbe assumersi la responsabilità di una sorta di corsa al nucleare.

Inoltre, i ministri degli Esteri di Francia e Gran Bretagna preferiscono una linea più prudente rispetto a quella dell'Iran. Si sono fatti "passi inavanti", ha detto il ministro degli esteri britannico Philip Hammond, ma "c'è ancora strada da fare". Una valutazione, questa, condivisa dal suo omologo francese Laurent Fabius.

Per parte sua, il ministro Zarif ha voluto rimarcare che per concludere un accordo è necessario "un'immediata rimozione delle sanzioni e la chiusura del caso del nucleare iraniano al Consiglio di sicurezza dell'Onu". Tuttavia le sanzioni, in parte già cancellate, rimangono un nodo molto delicato. Tel Aviv, come è noto, non vorrebbe assolutamente revocarle, ma bisognerà anche vedere come evolverà la situazione a Israele nelle prossime ore. Oggi lo Stato ebraico si reca al voto e, se Netanyahu e le forze di destra uscissero indebolite dalla tornata elettorale, chiudere un accordo per Obama diventerebbe più facile.

C'è, infine, da considerare che la buona riuscita o meno della trattativa potrebbe avere degli effetti nella guerra contro l'Isis. Ricordiamo che l'Iran sta facendo la sua parte nella lotta allo jihadismo, anche nella prospettiva di porre fine all'annosa questione del nucleare. A conferma di ciò basti guardare alla parziale liberazione della città di Tikrit in Iraq. In questa operazione la coalizione occidentale non ha avuto nessun ruolo, mentre sono stati decisivi i 30mila soldati sciiti delle unità ufficiose, addestrati e finanziati da Teheran.

Vedremo come cosa accadrà nei prossimi giorni. Quello che è certo è che Obama ha tutta l'intenzione di chiudere: per il Presidente sarebbe una vittoria importantissima. Forse la prima vera vittoria in politica estera da quando è andato alla Casa Bianca.

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