Tunisia, gli attentati precedenti al Bardo

Non è la prima volta che in Tunisia il fondamentalismo islamico miete vittime; da mesi le autorità tunisine avevano innalzato il livello di allerta

Oggi il mondo è rimasto ancora una volta shockato di fronte alle notizie di sangue e violenze che arrivano dall'interno del museo Bardo di Tunisi: notizie che tuttavia non stupiscono gli addetti ai lavori, che da tempo raccontano la Tunisia come un pericoloso focolaio jihadista pronto ad esplodere da un momento all'altro.

Dal 30 ottobre 2013 le cose in Tunisia sono cambiate radicalmente: quel giorno due attentati suicidi sconvolsero il paese, mettendone a nudo i rischi connessi al terrorismo jihadista: due uomini bomba, il primo si fece saltare in aria sulla spiaggia di Sousse (frequentatissima località turistica sul Mediterraneo) mentre il secondo fu bloccato a Monastir (dove riposa Habib Borgouiba, il presidente socialista fondatore del moderno Stato tunisino), rivelarono al mondo la polveriera tunisina e cambiarono radicalmente l'atteggiamento delle autorità di Tunisi nei confronti del rischio terrorismo nel paese nordafricano.

Andando a rileggere le cronache di quei giorni su Repubblica del giornalista freelance Mauro Mondello il quadro presentato della Tunisia non era molto rassicurante: Mondello raccontava dei giovani nei quartieri popolari di Bab Souika, di Saadoun, di El Fellah a Tunisi, giovani senza speranza, senza lavoro, senza prospettiva divenuti forza bruta per lo Stato Islamico in Siria e in Iraq (secondo numerosi rapporti della CIA, dell'ISCR -International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence- e di Soufan Group, la Tunisia è il paese dal quale è partito il maggior numero di foreign fighers arruolatisi nelle fila del Califfato, tra le 2500 e le 4500 persone).

"Il califatto è l'unica soluzione rimasta, il solo modo di dare indietro alle persone quello che gli spetta e di costruire una grande nazione dove governare attraverso la legge della Shaaria"

racconta Hamed, 21 anni, al reporter italiano. Sin dalla primavera araba, iniziata proprio in Tunisia con l'immolazione del mercante Mohamed Bouazizi, il paese nordafricano ha instaurato ottimi rapporti con quella che era l'opposizione al regime siriano di Damasco, arrivando quasi ad incentivare la partenza di cittadini tunisini verso la Siria: con la radicalizzazione della guerra civile in Siria anche questo flusso di combattenti e sostenitori si è radicalizzato, anche con la presenza tra le loro fila di ragazze impiegate nella Jihad Al-Nikah, una pratica islamica saudita wahhabita radicale che permette alle donne di concedersi sessualmente ai combattenti impegnati nella jihad a seguito di un matrimonio fittizio.

Come scrive oggi Guido Olimpio sul Corriere della Sera solo negli ultimi mesi le autorità tunisine hanno accentuato le operazioni di contrasto al terrorismo con dozzine di arresti, rastrellamenti ai confini, controlli massicci.

TUNISIA-UNREST-DEMO

L'ondata islamista fu scongiurata alla viglia del voto nel novembre scorso, ma la mancata presentazione di liste legate al radicalismo islamico non ha significato necessariamente la resa, anzi; sempre nel novembre scorso Mondello scriveva:

"Le uccisioni di Mohamed Bakri, Chokri Belaid e Lofti Nagued, leader di alcuni fra i più importanti partiti di opposizione del Paese, le minacce alle studentesse dell'università di Manouba che si rifiutano di indossare il velo, il tentativo di appiccare il fuoco alla sede di Nessma Tv, colpevole di aver trasmesso il film di animazione Persepolis (accusato di contenere una scena in cui la protagonista ha una conversazione con Dio), sono solo alcuni degli episodi che testimoniano il clima di grande tensione ed il disinteresse diffuso dei giovani verso la nuova tornata elettorale."

Il radicalismo islamico in Tunisia non è dunque un elemento nuovo: nota a tutti è il gruppo Okba bin Nafi, una costola di al-Qaeda nella terra del Maghreb resasi protagonista di numerosi agguati contro soldati e polizia, che oramai sarebbe schiacciato sotto l'egemonia jihadistsa di Ansar al Sharia, che in nordafrica è il gruppo più numeroso, recentemente federatosi con il Daesh siriano. Nel suo pezzo, il giornalista del Corriere Olimpio spiega che le frontiere tunisine sono uno dei punti che maggiormente preoccupano le autorità di Tunisi.

In effetti, si pensi all'esempio del capo profughi di Ras Jdir al confine tra Tunisia e Libia, anche questa non è una novità.

La Tunisia, nonostante l'Europa abbia accolto con sorda e superficiale soddisfazione le elezioni di novembre, è ben lontana dall'essere un luogo tranquillo: la frattura nella società civile tunisina, il problema delle periferie e dei campi profughi, la continua radicalizzazione di molti giovani under-30 disposti follemente a sacrificare la vita pur di sperare in una vita migliore ("Non libertà ma uno Stato con regole"). Tutti elementi che, per l'ennesima volta, abbiamo deciso di non vedere.

Per poi pagarne le conseguenze, piangendo altri morti.

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