Attentato a Tunisi: quali sono i gruppi estremisti islamici in Tunisia?

Sulla strage del museo Bardo i quotidiani titolano di fantomatiche (e fantasiose) rivendicazioni dell'Isis. Ecco chi sono i jihadisti in Tunisia

Ci si sveglia, in un drammatico mattino del 19 marzo 2015, e si scopre che per i giornali italiani l'Isis è in Tunisia, oltre che in Libia, e che l'obiettivo "siamo noi". Di fronte a tutto questo bisogna cercare di fare chiarezza.

L'attentato di ieri a Tunisi ha riportato nuovamente in auge un tema dolorosamente caro al mondo dell'informazione: quello del prodotto propinato ai lettori. Basta dare un occhio alla rassegna stampa di oggi per porsi una lunga serie di legittime domande. Su tutte: ma veramente l'Isis è in Tunisia?

La notizia dell'attentato di ieri in Tunisia messo a segno da sodali dell'Isis è stata data, erroneamente, dopo che l'Alto commissario agli esteri della Ue Federica Mogherini, in un comunicato stampa ufficiale, si riferiva erroneamente al Daesh (l'acronimo arabo di Stato Islamico, quindi all'Isis) nel commentare l'attentato di Tunisi.

Un errore corretto quasi subito, anche se questo non ha impedito ai giornali di tutta Italia (e solo in Italia) di aprire le prime pagine e le homepage sbandierando una fantomatica, e falsa, responsabilità dell'Isis. Addirittura c'è chi (come SkyTg24 ieri sera, in diretta) parla di rivendicazioni fatte da sodali o membri o persino "dai vertici" dello Stato Islamico. Informazioni mai circostanziate e mai verificate, perchè non verificabili.

Ciò cui si è assistito ieri è una vera e propria battaglia di propaganda tra lo Stato Islamico e l'impreparato mondo dell'informazione nostrana: da un lato "gli smanettoni" islamisti che tagliavano e incollavano ogni video da loro girato, alcuni vecchi addirittura di anni, nei quali veniva anche solo nominata la Tunisia (cosa facile, visto e considerato che il paese nordafricano è il maggior fornitore di foreign fighters alla jihad in Siria e Iraq). Dall'altro lato del Mediterraneo invece nelle redazioni (La Stampa, Il Tempo, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Il Sole 24 Ore, etc) si è sbattuto "il mostro" Isis in prima pagina, senza cercare di capire cosa realmente è successo ieri.

Una mancanza di rispetto verso chi compra i giornali, a parere di chi scrive.

TUNISIA-POLITICS-CONSTITUTION

Come abbiamo cercato di spiegare anche ieri infatti, la polveriera islamista tunisina non è un fatto nuovo: sarebbe bastato seguire con attenzione (e magari con un inviato) le elezioni del novembre scorso per rendersi conto del malcontento serpeggiante tra la popolazione, sempre più affamata, sempre più abbandonata e sempre più radicalizzata, nella propria disperazione, nell'islam jihadista.

Nonostante l'ultimo attentato in Tunisia risalisse all'ottobre del 2013, nonostante nessuna lista islamica radicale si sia presentata alle elezioni dello scorso anno, il jihadismo tunisino è forte e ha basi solide: i lettori transalpini di Libération questa mattina hanno potuto leggere della geografia jihadista nel paese nordafricano.

Secondo SITE (che già in passato ha dimostrato di essere attendibile appena al 60% ma che spesso è usata come unica fonte dai media) il 15 marzo sarebbe stato pubblicato "un video dell'Isis" nel quale si parla di attacchi in Tunisia, ma è stato il primo ministro di Tunisi, questa mattina, a chiarire:

"Impossibile attribuire con certezza all'Isis la matrice dell'attentato di ieri".

Il gruppo jihadista più forte in Tunisia è la brigata Okba Ibn Nafaa, la costola di AQIM (al-Qaeda nel Magreb islamico). Se consideriamo che tra al-Qaeda e il Daesh i rapporti sono riservati ai kalashnikov, descrivere la brigata tunisina come legata all'Isis è un errore grossolano; in Tunisia l'Isis non è presente. Da nessuna parte. O almeno, è impossibile affermarlo.

Okba Ibn Nafaa si occupa principalmente di uno scambio continuo di "cortesie" con l'esercito tunisino: il 17 febbraio scorso quattro membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi nel governatorato di Kasserine, mentre nel giugno scorso la brigata jihadista si era resa protagonista della morte di altri cinque soldati durante alcuni scontri a fuoco sui monti Châambi.

Un gruppo ancora molto attivo, nonostante la risposta dell'esercito non si sia fatta attendere: numerosi sono i raid dell'aviazione tunisina e molti anche gli scontri a fuoco nell'entroterra tunisino.

Di recente è l'ascesa di Ansar al-Sharia, un gruppo decisamente meglio radicato in Libia (dove ha istituito il Califfato di Derna e si è federato con il Daesh siriano), a preoccupare le autorità tunisine: il gruppo è guidato da Abu Iyadh, al secolo Seifallah Ben Omar Ben Hassine, cittadino tunisino dedito alla guerra santa, combattente in Bosnia e Afghanistan, arrestato nel 2003 in Turchia, condannato in Tunisia a 68 anni di carcere per terrorismo, amnistiato nel gennaio 2011 dopo la caduta di Ben Ali.

Pochi mesi dopo essere uscito di galera Iyadh è stato nominato "nemico pubblico numero uno" in Tunisia: secondo il governo tunisino il gruppo da lui guidato è responsabile della morte dei leader dei partiti di opposizione Chokri Belaid e Mohamed Brahmi.

Nessuno dei gruppi armati jihadisti presenti attualmente in Tunisia ha dichiarato fedeltà allo Stato Islamico e nessuno di questi gruppi si è dichiarato membro dello Stato Islamico: non si capisce come sia possibile leggere di "rivendicazioni dell'Isis" dell'attentato al museo Bardo di ieri.

Stupido sarebbe separare i destini del jihadismo del Daesh e di quello tunisino: in molti, da mesi, anche in Tunisia inneggiano al Califfato come roseo futuro di speranza per i musulmani di tutto il mondo. Ma il Daesh, questo sì che è innegabile, in Tunisia ha migliaia di sostenitori, molti dei quali già partiti per la guerra santa in Siria e in Libia: Ahmed Al-Rouissi, un ex alto funzionario tunisino di Ansar al-Sharia, è stato recentemente ucciso durante uno scontro a fuoco nella città libica di Sirte.

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