Israele, Netanyahu ci ripensa e "apre" allo Stato di Palestina. Obama lo chiama

Israel's Prime Minister Netanyahu Chairs Weekly Cabinet Meeting

Alla fine la chiamata di Barack Obama a Benjamin Netanyahu è arrivata. Washingotn ha deciso di dare credito alle parole pronunciate ieri dal leader del Likud che, in un'intervista a Msnbc, ha dichiarato di essere favorevole alla nascita dello Stato palestinese.

Nello specifico, il riconfermato capo del governo di Tel Aviv ha detto: "io voglio una soluzione con due Stati pacifica e sostenibile, ma per questo le circostanze devono cambiare", Dunque, almeno un timido segnale di apertura è giunto, dopo una campagna elettorale dai toni fortemente demagogici e nazionalisti, che ha finito con il compromettere i rapporti con gli Stati Uniti.

Il parziale cambio di rotta del premier israeliano sulla questione palestinese è arrivato dopo la posizione assunta da Obama nella giornata di ieri. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, aveva dichiarato che all’Onu sono tutti abbastanza concordi sulla "soluzione dei due Stati" per risolvere il conflitto tra Israele e Palestina."Ma" - ha aggiunto - Netanyahu non la vuole più e quindi anche gli Usa devono rivedere la propria posizione e il sostegno ad Israele”.

Così, in maniera nemmeno troppo velata, gli Stati Uniti avevano rimesso in discussione un'alleanza storica, che aveva garantito un appoggio incondizionato a Tel Aviv. E Netanyahu davanti all'opzione del ritiro della copertura diplomatica di Washington alle Nazioni Unite, ha dovuto per forza di cose ammorbidire la sua linea oltranzista.

Tuttavia, nella sostanza cambia ben poco. Durante l'intervista, infatti, Bibi ha ripetuto che uno Stato palestinese potrà nascere solo nel caso in cui sarà demilitarizzato e se sarà riconosciuto Israele come Stato ebraico. Richiesta, quest'ultima, che l’Anp ha sempre respinto per le conseguenze che determinerebbe sui cittadini arabi israeliani (circa il 20% della popolazione totale di Israele).

Infine, segnaliamo che, nonostante la marcia indietro di Netanyahu, è Obama a trovarsi in una condizione di fragilità. Una rottura con Israele, a poco più di un anno dalla fine del suo mandato e con il Congresso a maggioranza repubblicana, non se la può decisamente permettere. Con ogni probabilità, il mancato negoziato israelo-palestinese sarà ricordato come uno dei suoi più grandi fallimenti in politica estera.

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