Giappone: Il Governo cinese invita Shinzo Abe a Pechino. Cosa farà il premier nipponico?

CHINA-APEC-SUMMIT

E' proprio il caso di dirlo: l'establishment cinese si mostra molto più furbo e lungimirante di quello giapponese. E' di qualche giorno fa la notizia che il Presiddente Xi Jinping ha invitato a Pechino il suo omologo nipponico, Shinzo Abe. Una mossa, questa, che ha colto decisamente di sorpresa il governo di Tokyo.

L'invito è fissato per una giornata "particolare", il 3 settembre prossimo. Ovvero il giorno in cui la Cina celebra la vittoria sul Sol Levante di 70 anni fa (in seguito alla resa formale sulla corazzata Missouri del 2 settembre 1945). Abe, che più volte aveva chiesto di incontrare il Presidente cinese, si trova così a dover scegliere se andare o meno ad una cerimonia in contraddizione con i suoi principi nazionalisti e con il suo "improbabile" revisionismo storico.

A tale riguardo, segnaliamo che il governo di Tokyo non ha optato solo per un nuovo approccio aggressivo in politica estera, abbandonando la Costituzione pacifista, ma ha anche dato il via ad una propaganda nazionalista che rimette in discussione le responsabilità del passato. In questo contesto Abe ha già annunciato che nel discorso del 15 agosto, in occasione del 70° anniversario della fine della guerra, non si limiterà a fare la solita contrizione pubblica per gli errori commessi. E per meglio suffragare le suoi argomentazioni, il premier ha già incaricato una commissione di esperti.

La verità, però, è che tale decisione è funzionale ad una nuova politica di potenza e a tenere alto l'orgoglio nazionale nella difesa delle isolette di Senkaku, contese proprio con la Cina e Taiwan. Su quest'ultimo tema, l'anno scorso, Abe ha perfino evocato la possibilità di un conflitto con la Repubblica Popolare.

Come risolvere la questione dell'imbarazzante invito? Il problema è di difficile risoluzione dopo la costante richiesta di aperture diplomatiche a Pechino. A complicare le cose c'è poi la titubanza dei leader europei, pure loro invitati a partecipare al "Giorno della Vittoria". I capi di governo della Ue, infatti, temono che la manifestazione possa risolversi in una dimostrazione di potenza militare, senza contare che si svolgerà a Piazza Tienanmen, dove l'esercito del Dragone soffocò le rivolte del 1989.

Dunque, Abe ora dovrà meditare attentamente sul da farsi. Se deciderà di andare metterà in difficoltà anche Merkel e gli altri, che a quel punto non potranno non accodarsi. Se, invece, non si recherà a Pechino farà una bruttissima figura diplomatica, soprattutto dopo l'incontro del weekend passato tra i ministri degli Esteri di Giappone, Cina e Corea.

Alla questione della visita in Cina se ne aggiunge un'altra: quella del viaggio a Washington del prossimo aprile. In quell'occasione, Abe parlerà al Congresso e se dovesse mettere in scena una delle sue astruse lezioni di revisionismo i rapporti con la Casa Bianca ne risentirebbero. Le associazioni di veterani americane sono già intervenute sul tema e hanno esplicitamente chiesto di non farlo parlare qualora non dovesse scusarsi per gli errori dei suoi predecessori.

Abe, che fino ad ora non ha dimostrato molta accortezza, dovrà valutare attentamente cosa dirà ai parlamentari americani: il rischio è di raffreddare i rapporti con il Paese che più di tutti lo appoggia militarmente. Per quanto concerne il viaggio a Pechino si vedrà. Quello che è certo per ora è che una risposta ufficiale da Tokyo non è ancora arrivata.

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