L'oligarchia del Pd si "brucia" nel caminetto

Al Pd si tiene oggi il “caminetto” per definire la posizione del partito sulla propria (stucchevole) collocazione europea e impostare la riunione della Direzione del prossimo 19 dicembre dove Veltroni lancia l’ennesima (inutile) sfida ai suoi oppositori e chiede l’ennesima (inutile) conta.

Si continua a procedere su un piano inclinato, dato che il “caminetto” non è un organismo deputato a legittimare il confronto interno e ad assumere decisioni. Per questo Arturo Parisi ha declinato l’invito.

Gli ultimi sondaggi per le Europee di giugno danno il Partito democratico al 28 per cento, un risultato che se fosse confermato dalle urne disarcionerebbe Veltroni dalla segreteria e addirittura potrebbe portare al dissolvimento del partito, con il ritorno degli ex Pci e degli ex Dc nelle rispettive case.

Il Pd di Veltroni, al pari del Pdl di Berlusconi, è un partito di “nominati”: da lì discende anche la mala pianta della nuova “questione morale”, nodo politico prima che giudiziario.

La leadership di Veltroni non regge perché è “fasulla”, frutto di primarie “fasulle”, un rito plebiscitario utile a ogni capo corrente (D’Alema in testa) per fare ciò che vuole e trovare all’occorrenza il capro espiatorio.

Di fronte alla disfatta elettorale dell’aprile scorso Veltroni ha parlato di “grande successo” rifiutando un vero confronto congressuale su mozioni politiche distinte e distinguibili.

Così il Pd è bloccato, alla deriva, sotto i colpi di Berlusconi da una parte e di Di Pietro dall’altra.

Si tira avanti con l’unanimismo di facciata e lotte di potere fra “ghenghe”, con il vertice rinchiuso in un bunker isolato. Veltroni impone a Villari e a Bassolino di dimettersi e non succede niente. Ogni decisione resta lettera morta.

La prossima Direzione del 19 è “inutile” perché, come dice l’ex Dc e ulivista Franco Monaco “organismo nominativamente cooptata dall’alto e spartita tra i capi tribù”, quindi sarà una riunione per “rinegoziare il patto oligarchico sul quale si regge il Pd.

Su quella stessa chiusura oligarchica nasce e cresce la “questione morale”.

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