L'Aquila, l'anniversario del terremoto, l'emergenza della memoria

L'Aquila – Il 6 aprile 2009 alle 3.32 la scossa principale di una serie di eventi sismici in corso nell'aquilano si abbatté sul capoluogo abruzzese, con epicentro in zona compresa fra Roio Colle, Genzano e Collefracido.

309 morti, più di 1500 feriti, oltre 10 miliardi di euro di danni secondo le stime più recenti.

Sono numeri che difficilmente possono essere dimenticati dagli aquilani. E altrettanto difficilmente possono essere dimenticati da chi, come il sottoscritto, si è trovato ad occuparsi della storia di L'Aquila dopo il terremoto. Della gestione dell'emergenza, del soccorso, di quella fase di ripristino che, normalmente, vuol dire «mettere una popolazione nelle condizioni di riprendere in mano il proprio destino» e che, invece, nel caso del capoluogo abruzzese, è diventato: «lo Stato decide».

Lo Stato, in quei mesi, era Silvio Berlusconi. Ma era anche Guido Bertolaso (oggi fuori dalle scene) e Franco Gabrielli (nominato prefetto a L'Aquila poco dopo il sisma, oggi prefetto di Roma dopo 4 anni alla Protezione civile), e persino Fabrizio Curcio (divenuto ieri capo della Protezione civile e già funzionario della medesima in quei giorni). Era anche la Commissione Grandi Rischi.

Lo Stato ha deciso a L'Aquila. Ha deciso come comunicare con gli aquilani dopo l'ormai celeberrima riunione della Commissione Grandi Rischi; si è in qualche modo auto-assolto in appello, non ritenendo la Commissione colpevole di essere venuta meno ai propri doveri; nel frattempo, ha deciso di "ospedalizzare" gli sfollati di allora fra i campi tendati e gli alberghi e di polverizzare il tessuto sociale e urbano, costruendo un nugulo di "new villages" che oggi cominciano a presentare il loro prevedibilissimo conto. Lo Stato ha deciso. Gli enti locali, dal canto loro, non hanno fatto nulla per impedire queste decisioni, che hanno subito o delle quali sono stati fiancheggiatori.

Che qualcosa non sia andato per il verso giusto, nella ricostruzione aquilana, non lo dicevano solo le cassandre che si opponevano alle manifestazioni di facciata con Berlusconi che consegnava le chiavi di appartamenti non richiesti e fatti in fretta e furia con criteri e metodologie quantomeno dubbie, con tanto di tricolore e champagne – i "gufi" li chiamerebbe oggi Matteo Renzi –, ma lo ha ribadito anche una più recente dell'ex ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca.  

L'Aquila - Anniversario del terremoto

Tutte parole al vento?

Chissà. Spesso penso a L'Aquila con nostalgia profonda. Per molti mesi ho pensato a quell'orario, le 3.32, durante le mie involontarie veglie notturne. Ci ho scritto un libro, su questa storia (Protezione Civile SpA) e ci ho girato due documentari, Yes We Camp – che si trova gratuitamente su Youtube, a partire da questa introduzione – e Comando e controllo.

Nel primo titolo abbozzavo un lungo diario dei giorni che seguivano il terremoto e le prime decisioni in merito da parte del governo di allora. Nel secondo, invece, cercavo di teorizzare una visione più ampia della perpetrazione dello stato d'emergenza per distruggere ogni spazio di diritto e democrazia e imporre militarizzazione e norme più restrittive.

È stato fatto quasi tutto quel che si ipotizzava, nel film documentario. Per esempio, la militarizzazione della val di Susa per imporre la Tav. Per esempio, il commissariamento dell'Expo.

Su scioperi e manifestazioni si è operato, in tutta Italia – ma anche in Europa – in maniera diversa, ma sempre sfruttando la logica emergenziale: semplicemente, le voci di dissenso sono state silenziate, zittite, narcotizzate e infine ridicolizzate. L'emergenza-crisi richiede un governo stabile: lo si è detto e ripetuto in ogni talk show, in ogni titolo di giornale da prima pagina, per mesi e mesi. E questo altera la realtà e fa dimenticare, ammesso che le masse lo sapessero prima, che è il conservatore, che ha bisogno di stabilità. Lo status quo ha bisogno di stabilità. Non il cambiamento (che non è una categoria politica, né è positivo per definizione).

E ancora, l'allarme-spread. L'Europa che ci chiede cose. Gli slogan facili e semplificatori. E così, eccoti il governo dei tecnici di Monti, e poi il governo di stabilità di Letta, e poi il governo del marketing politico di Matteo Renzi, che ha portato a compimento la deriva pubblicitaria del linguaggio politico, polverizzando il contenuto e esaltando il contenitore con parole vuote dal significato vacuo e universale, trasformando la retorica in una categoria politica suprema che contiene al suo interno.

"La volta buona" che vale quanto un "lava più bianco", insomma.

Cosa c'è di diverso rispetto alla ricostruzione mediatica a L'Aquila? Nulla. Assolutamente nulla.

Questa notte, ancora una volta, ci sarà una fiaccolata a ricordare quella scossa, quei morti, quei numeri. Ed è giusto che ci sia. Io non ci sarò fisicamente, ma ci sarò, come ogni volta, con il cuore.

E con la voglia di ricordare quei fatti, e con la speranza che da una fiaccolata per un evento così specifico, così doloroso, che merita il suo lutto, la sua elaborazione, i suoi tempi, si possa ricordare anche tutto il resto, tutto quello che ho provato a riassumere qui sopra, in maniera troppo sommaria. Lo so bene che è difficile e che questo pezzo, molti altri, la memoria in generale, verranno sepolti da un flusso di notizie, da un feed di Facebook, da gattini e bufale e video commoventi, resi innocui persino da qualche like e condivisione.

È un'emergenza della memoria.

A chi conviene combattere quest'emergenza? Solamente alle vittime. Se solo facessimo due conti, scopriremmo che sono tantissime.

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